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Carlo Gesualdo, ovvero viaggio verso l’isola che non c’è

Non sarà un caso se due autorevoli esponenti della letteratura contemporanea, Gustaw Herling e Andrea Tarabbia, dovendo immaginare un espediente narrativo per affrontare il complesso mondo di Carlo Gesualdo, abbiano deciso di utilizzare il pretesto del viaggio: il viaggio che lo stesso Herling compie alla volta di Gesualdo, l’antico feudo irpino del principe madrigalista, e il viaggio di Igor Stravinsky descritto da Tarabbia, il quale farà sì che il celebre maestro russo – visitando una libreria antiquaria di Napoli – acquisterà un strano manoscritto, dando avvio ad un bellissimo romanzo vincitore del Premio Campiello (> clicca qui).

Quella del viaggio è una metafora forse obbligata per indicare un cammino gesualdiano di scoperta e di conoscenza, tanto da nutrire io l’intima convinzione secondo la quale l’approdo all’arte e al genio di Gesualdo quasi mai si è rivelato essere il frutto (solo) di un percorso istituzionale di studi manualistici.

Nel corso degli anni mi è capitato d’incontrare persone che, pur impegnate in una metodica ricerca musicologica sull’antichità, hanno dichiarato infine una “riscoperta gesualdiana” che superava di gran lunga i confini di esecuzioni storicamente corrette. Ugualmente, spesse volte, mi è capitato di ascoltare storie di “metamorfosi personali”. Per un nutrito gruppo di persone, cioè, intraprendere un “viaggio gesualdiano” ha significato conquistare un inaspettato arricchimento spirituale o una desiderata crescita culturale. La storia di Gesualdo così è diventata, per molti, una propria storia da raccontare. Storie di altre storie, secondo la felice espressione di Salvatore Sciarrino, tutte all’insegna di un principe madrigalista che non smette certo di stupire.

Da tale angolazione sorprendono sia il numero sia la varietà di artisti e studiosi che nel tempo hanno imparato ad amare e a custodire il genio gesualdiano. Ecco perché dico che non dovrebbe mai affievolirsi l’approfondimento del modo in cui Carlo Gesualdo e la sua arte sono fuoriusciti dalle pagine dei manuali e delle enciclopedie, dalle sale dei teatri e degli archivi, per percorrere circuiti alternativi e fino a qualche anno fa addirittura impensabili. Tant’è che il misterioso principe ha finito col trovarsi oggetto di pièces teatrali e di sceneggiature cinematografiche, soggetto privilegiato di pitture, poesie e romanzi, trascritto in chiave jazz, trasposto nella musica leggera e finanche utilizzato quale modello di ispirazione nell’ambito dell’arte contemporanea.

Non saprei dire se si tratta di un costume tipicamente postmoderno, intento a decodificare le macrostrutture ereditate da un sapere secolare, o se è piuttosto l’avanguardismo delle creazioni gesualdiane che proprio adesso giunge alla sua naturale comprensione. Mi limito a registrare – in maniera empirica – il seguente dato: l’incontro nella contemporaneità di numerosi personaggi con Carlo Gesualdo non di rado è avvenuto casualmente e in luoghi magari lontani da quelli che lo videro protagonista. Non solo, dunque, le città rinascimentali italiane (dove è facile imbattersi nell’esecuzione madrigalistica di ensembles di grande tradizione); non solo le città d’Europa da sempre abituate alla produzione gesualdiana (da Parigi a Praga, da Salisburgo a Londra); ma anche città in un certo qual senso “nuove”, dove cioè prevalgono stili di vita distanti da noi e grammatiche culturali diverse dalle nostre (Tokio, Singapore, Tunisi e Rio de Janeiro), hanno di recente ospitato opere gesualdiane ideate e realizzate rigorosamente da autori locali.

Verrebbe allora da chiedersi: qual è il segreto di un’arte che ha abbattuto barriere e riavvicinato persone assai differenti per provenienza e cultura? Perché Carlo Gesualdo rappresenta oggi lo spazio privilegiato in cui lavorano insieme artisti dalle espressioni apparentemente così distanti? Perché la sua opera continua ad affascinare, a sorprendere e ad ispirare a distanza di secoli?

I quesiti mi sollecitano un ricordo. Conservo la dedica che Egberto Gismonti, esponente di punta del jazz brasiliano, scrisse per un mio amico scomparso prematuramente. In essa Carlo Gesualdo (autore cui pure Gismonti ha dedicato alcuni lavori) viene definito quale “nostro Oriente e nostro Occidente”. Sono parole, queste, che inducono a riflettere sul significato vero che può assumere una passione gesualdiana e sulla possibilità che concretamente abbiamo di interpretarla, sostenendo l’intreccio tra linguaggi differenti, è vero, che però nell’arte gesualdiana – per molti aspetti ancora inesplorata – hanno trovato comunque una grammatica comune.

In considerazione di ciò, aggiungo una domanda alle altre poste in precedenza: simili tentativi possono essere letti come espressione del bisogno di fissare scientificamente o di fondare culturalmente una passione?

È evidente che l’incontro casuale con un geniale compositore dell’antichità, che esercita un fascino misterioso e veicola complesse suggestioni, tende subito a concretizzarsi materialmente. In questo senso i diversi studi dedicati a Carlo Gesualdo se, da un lato, hanno il pregio di arricchire il grande mosaico della sua storia, dall’altro lato, hanno il merito di togliere occasionalità alla passione di cui si diceva prima, indispensabile senz’altro per rendere gli oggetti della storia materia viva e pulsante. Un circolo virtuoso, in cui la passione diventa causa ed effetto della ricerca e questa, a sua volta, nutrimento e sostegno della passione avvertita dallo studioso e dall’artista, fino a spingersi nei luoghi che accolsero la produzione di una musica imprescindibile nella formazione specialistica e per chi semplicemente ha imparato ad amarla (> clicca qui).

Fu così per Igor Stravinky (> clicca qui) e Gustaw Herilng, è stato così per Andrea Tarabbia e Glenn Watkins, i cui viaggi di studio si sono conclusi con una visita all’archivio più prezioso: il castello, le chiese, le piazze e le fontane di un feudo dove tutto ancora è scritto nella “pietra dei ricordi”.

Ciò, tuttavia, non basta a determinare il valore profondo di un viaggio, sia esso mosso da curiosità, studio o ricerca, non importa.

La magia di una meta – lo si sa – non risiede nell’essere semplice punto di arrivo, bensì nel consentire al viaggiatore di sentirsi rinnovato al momento della sua nuova partenza.

Dopotutto Carlo Gesualdo, celebrando con la sua musica la libertà dagli schemi, dalle regole e dalle convenzioni, ci ha lasciato in eredità un prezioso insegnamento: guardare al di là dell’esperienza della vita reale per arrivare a cogliere noi l’essenza concreta dei nostri desideri.

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