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Trentasei passi.

Vivere chiuso dentro una stanza per quarantadue giorni. Dicono oggi: è una follia! Essere privati della libertà di uscire a piacimento. Dicono oggi: c’è da diventare matti!

E se, invece, se ne approfittasse per imparare a vedere le cose in maniera diversa, per accrescere il potere e la facoltà di essere là dove si vuole, là dove cioè non si può essere altrimenti? Si può, nella propria stanza, passare il tempo a richiamare il passato e a vivere nell’avvenire? Essere immuni rispetto ai capricci della fortuna, lontani dalla inquieta gelosia degli uomini, come pure dalle loro piccolezze e dalla loro perfidia? E se, ancora, ne approfittassimo per trasformarci tutti negli effettivi padroni di noi stessi, tentando di ammaestrare il nostro corpo, di domarlo nei suoi istinti individuali, nella sua incapacità di sentire e di pensare? E se ne approfittassimo per coltivare al contempo l’elevazione dell’anima, affinché questa possa dirsi aperta ad ogni sorta di pensiero, ricevendo avidamente tutto ciò che le si presenta davanti?

Ad onor del vero c’è chi è riuscito nell’impresa, dando risposta positiva a siffatti interrogativi.

Ho riletto in questi giorni, sotto nuova luce, il piccolo capolavoro di Xavier de Maistre (1763-1852): Viaggio intorno alla mia camera (1795), nell’edizione storica del 1817, che si presenta oltretutto ricca della prefazione e delle note apposte al libro di Xavier da parte del fratello maggiore, il filosofo Joseph de Maistre. Si tratta, forse, di una delle letture più indicate e appropriate in relazione al momento attuale.

Xavier, nato in una nobile famiglia di giuristi e diplomatici del Regno di Sardegna, vide la sua vita segnata dagli spostamenti imposti dalla carriera militare che egli aveva intrapreso con dedizione, tanto da partecipare a numerose battaglie. Ciò, tuttavia, non gli aveva impedito né di dotarsi di una buona istruzione letteraria e scientifica, coltivando altresì gli hobbies della poesia e della pittura, né di godere appieno della vita (non a caso egli stesso amava definirsi ban, bans, baban, espressione francese che sta ad indicare una sorta di perdigiorno).

La scena di vita che ci interessa si svolge a Torino, durante il periodo di carnevale. Anno 1790. Xavier, vicino ai ventisette anni, è uomo d’armi già formato, in carriera presso l’esercito savoiardo col grado di aiutante maggiore di battaglione. Ha un diverbio d’onore con un suo compagno, l’ufficiale de Meyran, il quale viene puntualmente sfidato e quindi battuto a duello. L’intemperanza gli costerà una severa punizione: il confinamento agli arresti domiciliari nella sua stanza, presso la cittadella militare della stessa Torino. Durata della prigionia: quarantadue giorni.

Xavier non si darà per vinto. Irrequieto sognatore, memore probabilmente del volo di oltre duemila metri compiuto grazie all’invenzione dei fratelli Montgolfier, egli troverà comunque il modo di evadere. E lo farà in maniera originale, viaggiando da immobile, dando sfogo all’immaginazione, aprendo dinanzi ai suoi occhi le porte di mondi incantati, fino a trasformare ciascun giorno di prigionia nel capitolo di un libro.

Quanto appena detto, pur ricalcando un celebre giudizio di Saint-Beuve, abbisogna di una specificazione ulteriore, onde evitare di essere fraintesi. L’evasione di de Maistre, infatti, non è proiettata all’esterno; anzi, essa è tutta interiore. Il mondo incantato cui egli accede attraverso la sua immaginazione non è un cosmo fiabesco; al contrario, esso è composto dalle cose estremamente semplici della sua stanza, dalla quale – in verità – l’autore non pretenderà affatto di uscire. Un nuovo modo di viaggiare, insomma, espediente contro la noia e sollievo contro i mali di cui solitamente soffrono – dice Xavier tra il serio e il faceto – numerosi sventurati, potenziali compagni di viaggio; vale a dire: indolenti, sgraziati, infermicci, annoiati, poltroni, mortificati dall’amore e negletti dall’amicizia.

Tutta la storia si svolge all’interno di una camera: un lungo quadrato di soli trentasei passi. Ciò nonostante lo spazio, tutto ad un tratto, sembra moltiplicarsi, perché calpestato di continuo dal “prigioniero”, attraversato da lui in lungo e in largo e poi diagonalmente, senza metodo o regola alcuna, procedendo magari ad onde, fino ad incrociare – ogniqualvolta il bisogno lo richiedesse – tutte le linee possibili in geometria.

La descrizione della camera in sé, al di fuori degli oggetti che la stessa contiene, sa di vera poesia. Succede così che una “cella”, intesa quale unità abitativa tipica di una residenza militare, destinata suo malgrado a luogo di reclusione, possa diventare finanche un capolavoro di architettura. Si dice, infatti, che la stanza riceve luce da una sola finestra piuttosto stretta e posta in alto, circa sette piedi da terra, formando un grazioso abbaino sopra il tetto. Raggiungibile per il tramite di alcuni scalini, saliti questi, occorre allungare il collo per vedere con difficoltà un panorama diverso dal cielo. Di qui una serie di vantaggi: godere con lentezza lo spettacolo magnifico della campagna di Torino, impedendo che l’occhio vi si potesse abituare senza neanche più apprezzarla; essere più vicino alla luna e alle stelle, comprendendo l’infinità dell’universo e della creazione, la relazione tra sé stessi e l’immensità dello spazio, allorquando ci si accinge a chiudere gli occhi rapiti dal sonno; senza contare poi il miracolo mattutino della luce che, illuminando in modo pressoché verticale il piccolo rifugio, come quotidianamente avviene nell’antico Pantheon, conferisce alla stanza la statura e la dignità di un tempio.

Immersi in una simile atmosfera, con indosso una veste da camera che funge da abito da viaggio, da vestimento dell’umana immaginazione, molti gesti si rivelano utili per curare un’anima. Provo a farne un elenco non approssimativo: pulire, ad esempio, il ritratto di madame d’Hautcastel, riscoprendone le fattezze; rivestire il letto con lenzuola rosse e bianche, secondo il valore benefico dovuto alla “psicologia dei colori”; dialogare con la cagnolina Rosina, amica fedele; ragionare sul significato della pittura, sottratta – forse più della musica – ai gusti mutevoli del tempo; ricordare un amico scomparso, compagno di guerra, eppure spirato in tempo di pace tra le proprie braccia; ascoltare il dolce strepitio dell’inserviente che apparecchia la camera mezz’ora prima del risveglio, dando forma e sostanza alla voluttà che nasce dalla consapevolezza di sonnecchiare; lacrimare di pentimento, dopo aver scoperto d’improvviso che quello stesso domestico non riceveva paga da otto giorni, pur rimanendo umile nello svolgimento dei servizi comandatigli.

Ciascuna di queste azioni trova la sua origine in oggetti specifici, che la stanza custodisce. Sei seggiole, di cui una con braccioli (“il massimo per l’uomo meditativo”), due tavolini, due coltrici, un buon fuoco, i libri e la penna come antidoti contro la noia (“per cui le ore scorrono leggerissime e cadono in silenzio nell’eternità, senza far sentire il loro triste passaggio”), una rosa secca (ricordo di una delusione amorosa) e il letto (“teatro variabile in cui il genere umano rappresenta drammi, farse e tragedie”). Ancora, una serie di stampe: l’innamorata Carlotta e l’insensibile Alberto, il conte Ugolino, l’autoritratto di Raffaello che occupa un posto di rilievo sulle pareti della stanza e, infine, una solitaria pastorella che, seduta sopra un vecchio tronco d’abete, osserva il suo gregge sulla sommità delle Alpi  (immagine turbata dal ricordo della presenza, in quei medesimi luoghi, della triste e terribile guerra). 

Fra tutti i “quadri”, però, ne spicca uno in particolare: lo specchio. Sempre verace e imparziale, scrive de Maistre con velata ironia, uno specchio restituisce, agli occhi della persona che in esso guarda, le rose della giovinezza o le rughe della vecchiaia, senza detrazioni e senza lusinghe. Tanto che l’autore finisce con l’anelare l’invenzione di uno specchio morale, in cui tutti gli uomini possano vedersi con i loro vizi e le loro virtù.

Una descrizione a parte merita anche lo scrittoio. Posto a sinistra della finestra, su di esso compare una “scanzietta” che serve da biblioteca, con sopra un busto. La libreria è composta di romanzi e poeti scelti: da Omero a Virgilio, da Ossian a Milton. Nel primo cassetto a destra vi sono riposti un calamaio, carta d’ogni specie, penne ben temperate e ceralacca. Nel cassetto corrispondente invece giacciono, ammucchiati e confusi, i materiali di una tenera storia (più tardi anche questa data alle stampe) riguardante la prigioniera di Pinerolo. Tra i due piccoli cassetti v’è uno sfondo destinato ad accogliere le lettere ricevute. Le più nuove sono collocate alla rinfusa, mentre le più vecchie ordinate per data: “un viaggio negli anni felici e sprovveduti della gioventù, prima che la verità, cadendo […] come una bomba, distruggesse per sempre il palazzo dell’illusione”.

Non mancano le contraddizioni, le quali compaiono nel momento in cui qualcosa si frappone tra l’anima e il corpo, tra la meditazione poetica e l’istinto materiale: la scottatura delle dita impegnate ad abbrustolire il pane, ad esempio, oppure una distrazione non voluta. Alla voce di Jacopo, garzone di campagna che si affaccia sull’uscio della porta per chiedere un’elemosina al suo padrone, Xavier avrà un sussulto improvviso. Spaventato, cadrà dalla sedia e si ritroverà a terra dolorante. Alle sue imprecazioni, tuttavia, seguiranno l’amorevole scodinzolare di Rosina e l’umanità del domestico, che offrirà a Jacopo gli avanzi della cena. Dettaglio, quest’ultimo, non trascurabile.

La scrittura di de Maistre infatti contiene sempre delle “clausole di salvaguardia”, che aprono spiragli di salvezza, anche quando le contraddizioni passano dal piano individuale a quello sociale. Si pensi alla descrizione di quanto accade sotto i portici di Torino: da un lato – si afferma – i poveri, i loro lamenti e l’indifferenza dei passanti; ma dall’altro lato le persone caritatevoli che donano mentre le altre si divertono, le persone che soccorrono i poveri alzandosi all’alba, senza testimoni né ostentazione.

Uguale registro viene impiegato sul piano intellettuale e della riflessione filosofica. Dimostrativo di ciò è il dialogo, riportato nel capitoletto finale, tra Ippocrate, Platone, Pericle, Aspasia e il dottor Cigna di Torino, sul valore della medicina e delle mode intorno alle acconciature femminili, secondo la razionalità sui generis tipica dei sogni.

Certo, che paese grazioso è l’immaginazione!

La conclusione del viaggio di de Maistre, a questo punto, è piuttosto prevedibile. Terminata la quarantena e rivolgendosi alla sua stanza, confida l’autore al lettore: “Oggi certe persone, da cui dipendo, pretendono di rendermi la libertà; come se me l’avessero tolta! […] Essi mi vietarono di percorre una città, un piccolo punto; ma l’immensità, l’eternità rimasero a mia disposizione”.

Mi piace credere allora che ci siano in giro per il mondo più Xavier di quanto non si possa ipotizzare. Cosicché, quando sarà annunciato sull’uscio della stanza che anche la nostra pandemia è finita, si possa rispondere allo stesso modo di Xavier: “Vi prego, serrate la finestra e chiudete la porta. E fate sì che nessuno entri nella mia camera”.

Superfluo aggiungere che l’avvertimento, tutto intriso di spirito e  d’immaginazione, nulla ha a che vedere con ciò che oggi abbiamo imparato a chiamare, con la complicità di una certa scienza, “sindrome della capanna”.

(Riproduzione riservata©).

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