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Che il viaggio abbia inizio…

Il 25 marzo è la data indicata dagli studiosi come possibile inizio del viaggio dantesco nell’aldilà, ragione per cui essa è stata scelta dal Consiglio dei Ministri come “Dantedì”, ossia come giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri.

Proprio in questo giorno, allora, ho deciso di cominciare a fare ordine tra i miei viaggi. Non i viaggi che ho materialmente compiuto. Per carità! Questi sono troppo limitati nel tempo e nello spazio, oltre che nelle motivazioni, per poter assurgere a qualche tipo di modello. Parlo piuttosto della “idea di viaggio” che mi ha fatto spesso compagnia, questo sì, avendo cercato io di non trovarmi molto distante da essa quando ho indossato i panni del turista. 

In termini di nozione, se dovessi indicare i primi viaggi di cui ho avuto seria contezza, e se dovessi indicarli senza ragionarci troppo, così d’impulso, collocherei al tempo dell’infanzia i viaggi raccontati nelle fiabe come nei libri di lettura e al tempo della scuola media la conoscenza effettiva dei folli viaggi di Orlando e Astolfo, di don Chisciotte e Sancho Panza; al ginnasio, invece, attribuirei il nitore di alcune figure: Orfeo che si reca nell’oltretomba per recuperare Euridice, Giasone che con gli Argonauti parte alla conquista del vello d’oro, Enea che attraversa l’Asia e l’Africa prima di approdare in Italia, quindi Ulisse, archetipo di ogni viaggiatore; piazzerei poi negli anni del liceo l’approfondimento della Divina Commedia e di tutto ciò che, in seguito, la letteratura di Petronio suggeriva sulla via della maturità.

Dei viaggi straordinari raccontati dalla mitologia greca una cosa mi ha sempre affascinato: che i protagonisti potessero scendere fin dentro gli inferi, in profondità, facendone però ritorno. Ovviamente non a tutti era concesso un simile privilegio. I protagonisti, in questo caso, si chiamano “eroi”. Soltanto gli eroi potevano azzardarsi alla conquista dell’immortalità dopo il compimento, s’intende, di prove durissime e a volte orribili. Dalla loro missione tuttavia discendeva un messaggio pressoché universale, accettato pacificamente: che i tre regni – quello degli dei, quello degli uomini e quello dei morti – fossero in continua comunicazione, non ignorandosi l’un l’altro.

Il professore di liceo, nelle traduzioni dal greco o dal latino, allorquando ci si trovava dinanzi a simili imprese, era solito bandire il termine “avventura”, che veniva rigorosamente sottolineato in blu e sostituito con la parola “ricerca”. E, in effetti, tra avventura e ricerca intercorre un abisso enorme.

Solitamente il viaggio dell’antichità, quello meritevole di essere chiamato tale, dipendeva da un’intima esigenza che premeva sul cuore dell’uomo, una ricerca tutta interiore, dal sapore identitario. Le tappe del viaggio prescelto, pertanto, corrispondevano alle diverse fasi di un processo di metamorfosi personale, di cambiamento e crescita insieme, per cui al ritorno si diventava “irriconoscibili”.

In questa prospettiva poco importano le modalità del viaggio. Ciò che conta è il suo scopo. Va da sé però che il mancato raggiungimento dello scopo corrispondeva al fallimento del viaggio stesso. Sarà probabilmente qui la differenza tra viaggio e avventura, tra il successo dell’esperienza dantesca e gli approdi amari o malinconici di un Crusoe, di un Gulliver o di un Pantagruel, tra il fallimento di Lancillotto e il successo del figlio Galahad nel ritrovamento del Sacro Graal.

Ecco, pensando a Galahad e ai suoi compagni, Parsifal e sir Bors, vien su una certezza. Che il ritrovamento di se stessi, la nobiltà di spirito, il raggiungimento di una purezza misurabile attraverso l’elevazione dell’anima, si raggiungono in un sol modo: identificandosi appieno nell’“altro” verso il quale è indirizzata la propria ricerca; ovvero: si ritrova se stessi nel momento esatto in cui si è avuta la piena comprensione dell’altro. Il viaggio, allora, per potersi dire compiuto ha bisogno di questa vitale combinazione.

Faceva bene, dunque, il mio professore a ripudiare la qualificazione del viaggio antico come avventuroso. Tuttavia ne accettava un’altra, ugualmente inappropriata, quella di “viaggio immaginario”. Definizione quantomeno fuorviante, perché una distinzione tra realtà e immaginazione non è neppure pensabile laddove l’approdo materiale è il frutto di una visione, laddove la geografia dei luoghi attraversa indisturbata le due dimensioni, divenendo all’occorrenza segno o simbolo di qualcosa di diverso e magari di più grande. Penso alla navigazione di san Brendano, alle esplorazioni di Annone, ai resoconti di Marco Polo, alle intuizioni di Cristoforo Colombo. È evidente che per costoro l’Irlanda, la Scozia, il Marocco, la Nuova Guinea, l’Asia o le Indie rappresentavano ben più di una scoperta, raccontavano un intero mondo e, se si preferisce, erano in grado di spiegare finanche l’universo e la sua evoluzione.

La perdita di siffatta mirabile fusione tra dimensione oggettiva e dimensione soggettiva del viaggio, a vantaggio della prevalenza quasi esclusiva della prima, è stato il prezzo più duro che si è dovuto pagare per entrare nella modernità. Il tutto, in tempi rapidissimi.     

Da Cristoforo Colombo a Magellano, dalla scoperta dell’America alla prima circumnavigazione della terra, intercorrono soltanto trent’anni. In questo lasso di tempo gli occidentali ampliarono ancor meglio le loro conoscenze geografiche, conobbero l’America, la via delle Indie e l’oceano Pacifico, ma il senso di ricerca insito nello spirito del viaggio originario poteva dirsi già stravolto. Ai “mondi misteriosi e ignoti” si erano sostituite strane e curiose “società umane”, mentre l’“altro” (nella cui compenetrazione risiedeva la meta del viaggio) aveva ceduto il passo al “diverso” (solitamente un pagano meritevole di essere convertito e, prima ancora, conquistato).

Certo, non tutto era andato disperso o perduto. Gli interessi che guidarono le imprese coloniali di portoghesi e spagnoli, di olandesi, inglesi e francesi, non cancellarono d’un tratto, con un colpo di spugna, le motivazioni rinascimentali sottese alle grandi spedizioni transoceaniche. Anzi, se fosse possibile individuare un contrappeso alle conquiste coloniali, destinate a caratterizzare in maniera determinante il volto dell’Occidente, esso andrebbe trovato – io credo – nella felice sopravvivenza di viaggiatori umanisti nel cuore dei secoli (Prospero Alpini e Pierre Belon nel ‘500, Peter Thunberg nel ‘700, David Douglas agli inizi dell’800).

Storicamente, rinfranca il fatto che non si trattò di casi isolati. D’altra parte, il desiderio di conoscenza raggiunse l’apice nell’età dei lumi, quando fu avvertito il bisogno di colmare il vuoto ancora presente sulle cartine geografiche, pretendendosi di avere un’immagine più esatta della terra, dell’emisfero sud del globo, del continente antartico. Alla meraviglia sacra del viaggio, intrisa di religiosità, come ben sapevano i pellegrini diretti in Terra Santa, si era progressivamente sostituita – è vero – la meraviglia naturale, intrisa di scienza, ma pur di meraviglia ancora si trattava.

In alcune mie ricerche ho incrociato i viaggi compiuti nei mari del Sud da de Bougainville, dal capitano Cook e dai suoi successori. È stato bello scoprire, nei loro diari di viaggio, l’affiatamento che essi conservavano con le squadre scientifiche che ospitavano a bordo, con il delicato compito di procedere ad un inventario specialistico della flora e della fauna. Scienziati, dunque, che si adeguavano volentieri alla dura disciplina marittima, alle difficoltà e ai rischi delle circumnavigazioni, pur di dar vita a resoconti dettagliati. Nelle rotte che vanno dalla giungla amazzonica al cuore dell’Africa, troviamo diversi nomi: Alexander von Humboldt, Charles Darwin, Henry Walter Bates, Alfred Russel Wallace, Mungo Park, René Caillié, fino ad arrivare all’ultimo dei grandi viaggiatori, il missionario David Livingstone. Dopo di lui – è stato detto con efficacia – si avranno imprese connotate da “un non so che” di agonistico, ivi compresa la navigazione nello spazio, non a caso etichettata spesso come “corsa”. Non solo.  Dopo di lui, la figura del viaggiatore si sovrapporrà a quella del turista, dapprima nelle forme nobili del “Grand Tour”, che pure aveva finalità istruttive e letterarie (un nome su tutti, Goethe), poi nelle forme attuali di una cultura di massa (con la prevalenza, anche qui, della dimensione oggettiva su quella soggettiva).

In altre parole, la svolta epocale registratasi nel campo dei viaggi e del turismo, ha segnato per entrambi la marcia inesorabile degli “interessi capitalistici” che caratterizzarono i primi “conquistatori”.

Uso di proposito l’espressione “interessi capitalistici”. Vi sarebbero in realtà altre espressioni filologicamente più corrette. Si dovrebbe parlare, lo so, di “interessi commerciali” o “mercantili”. Tuttavia, contestualizzando le argomentazioni, va precisato che detti interessi – nella loro essenza – non abdicavano, al contrario aderivano benissimo, a ciò che abbiamo detto intendersi per vero viaggio.       

Ho scoperto solo di recente il debito di riconoscenza che il viaggio iniziatico occidentale conserva, attraverso una pluralità di intermediazioni, nei confronti di quello orientale: Ulisse, ad esempio, nei confronti di Gilgamesh, l’eroe sumero che parte alla ricerca dell’immortalità, oppure Dante nei confronti del “Libro della Scala” o della “Ascesa di Maometto in cielo”. Ma ancor di più è valsa l’abilità araba nella costruzione sapiente del commercio internazionale, sia marittimo sia terrestre, con particolare riguardo alle spezie e alle stoffe.

Vie di traffici, senz’altro, dalla Cina all’Indonesia, lungo le quali però i mercanti furono sempre mossi dalla meraviglia, declinata in termini tanto teorici quanto pratici. Essi, infatti, nell’esercizio delle loro redditizie attività di scambio, non rinunciarono mai ad agire da viaggiatori moderni, pur nel pieno del medioevo. E lo fecero raccogliendo notizie, compilando relazioni, disegnando tracciati, indicando confini, precisando la posizione delle stelle nel firmamento, suggerendo medicine, descrivendo costumi, paesaggi, animali, piante, climi ed atmosfere.

Come dire, v’è stato un tempo in cui il commercio non disdegnava di accompagnarsi a ciò che Erodoto aveva chiamato “inchiesta” nella Grecia del V secolo a.C. Dimostrazione ulteriore di quanto benefica sia stata la circolazione dei prestiti culturali tra Oriente ed Occidente.

Che il turismo recuperi in fretta la sua dimensione soggettiva, fatta di meraviglia; che il turismo culturale abiliti in fretta la concezione del viaggio come strumento di incontro, nient’affatto incompatibile con la natura più autentica degli interessi commerciali e di mercato!

 (Riproduzione riservata©).

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