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Stravinsky e Gesualdo: quando la storia diventa contemporaneità.

Lo studio di Giuseppina Finno, intitolato Stravinsky e Gesualdo (2017), ha carattere avanguardista. Benché sia noto, infatti, che la fortuna attuale di Carlo Gesualdo sia derivata in gran parte dal lavoro di riscoperta svolto nella seconda metà del Novecento da Igor Stravinsky, nessuno aveva pensato di spiegarci le modalità di questo singolare “incontro”, sospeso – si potrebbe dire – tra storia e contemporaneità. Sì, perché nel libro si chiarisce bene che la rilettura della musica gesualdiana ha inciso sulla maturità artistica di Stravinsky più di quanto si possa immaginare, fino ad annullare la personalità stessa del maestro russo, se è vero (com’è vero) che questi dichiarerà a più riprese di essersi quasi dissolto nell’arte sublime del Principe madrigalista. E, in effetti, negli anni cruciali della riscoperta, tra il 1954 e il 1960, Stravinsky fece di Gesualdo un uomo (non del Rinascimento, ma) del proprio tempo, un artista col quale dialogare, perché capace di parlare ai contemporanei e non solo, visto che in quel medesimo tempo il linguaggio gesualdiano – così carico di anticipazioni visionarie – veniva praticamente astratto ed elevato a canoni pressoché universali. Se si tiene conto del fatto che Igor Stravinsky è stato uno dei compositori più rilevanti del secolo XX, ponte artistico tra Russia, Europa e America, il cerchio si chiude: si capisce fino in fondo quanto Carlo Gesualdo abbia potuto segnare in maniera innovativa la nostra epoca.

Dello studio di Giuseppina Finno ho seguito con interesse ogni fase. Ricordo esattamente come esso è nato, quando l’autrice cominciò a parlarne alcuni anni fa (in maniera costante almeno dal 2013) e dell’intenzione di pubblicare i suoi appunti solo nel momento in cui si fosse consolidata un’intima certezza: che da Stravinsky in poi, o meglio, dall’esecuzione a Venezia del Monumentum pro Gesualdo, la storia di Carlo Gesualdo può essere raccontata anche in chiave “culturale”. Da un lato, dunque, i discorsi tecnici, stilistici ed estetici (in accordo o in disaccordo con Stravinsky), dall’altro lato, invece, i percorsi compiuti da quanti – a distanza di secoli – si sono lasciati affascinare dalle opere gesualdiane, pure al di fuori dell’ambito prettamente musicale; da un lato, le esecuzioni magistrali di chi studia musica antica nonché le minuziose ricerche di storici e musicologi, dall’altro lato, invece, le trasposizioni gesualdiane che hanno finito col popolare i campi più disparati: il romanzo e la poesia, il teatro e il cinema, la musica pop, quella jazz e si potrebbe continuare.

Sul secondo versante, l’esplosione cioè della “cultura gesualdiana”, l’autrice non nasconde il suo entusiasmo. D’altra parte, per chi ha coltivato l’esperienza gesualdiana non solo in termini di studio, bensì sotto un profilo di alfabetizzazione civile, lottando – laddove necessario – contro pregiudizi e fraintendimenti, forte è la soddisfazione di vedere riconosciuta altrove quella stessa esperienza. L’evidente gioia, tuttavia, trova contrappeso in un fondato timore: nel momento in cui molti linguaggi hanno preteso di trovare in Carlo Gesualdo una grammatica comune, uno spazio privilegiato d’incontro e confronto, contribuendo magari a trasformare la storia del nostro personaggio in un mito suggestivo, alto diventa il rischio di perdersi, di trovarsi di fronte a rappresentazioni che, alla lunga, anziché chiarire, confondono i risultati faticosamente raggiunti da ricercatori e specialisti.       

Credo che il timore, più della gioia, abbia indotto Giuseppina Finno a selezionare – in maniera meticolosa e attenta – tutti i frammenti stravinskiani riconducibili alla storia gesualdiana, così da comprendere le ragioni che indussero un cosmopolita della grandezza di Stravinsky a recarsi in Irpinia, presso il Castello di Carlo Gesualdo, in una sorta di “religioso pellegrinaggio” (ricco, alla partenza, di aspettative e speranze). Aver raccontato poi siffatto percorso – artistico e umano insieme – in modo chiaro, agevole e intellegibile, è l’altro pregio del libro.

Ecco, leggendo il libro, si rimane affascinati dalle tante notizie che se ne ricavano. Io, certo, ho imparato molte cose dalla sua lettura.

Ho imparato innanzitutto quanto importante sia non avere pregiudizi, scommettendo oltretutto sulle intuizioni dei giovani. Igor Stravinsky, infatti, conobbe le partiture di Carlo Gesualdo per il tramite di un giovane studente, che in seguito sarebbe diventato suo fedele collaboratore oltre che valido direttore d’orchestra: Robert Craft. E nonostante la figura di Carlo Gesualdo fosse circondata in quell’epoca (siamo nel 1947) dalla fama esclusiva di truce uxoricida, Stravinsky decise comunque di studiarne l’opera, intorno alla quale esisteva solo qualche marginale ricerca di archivio. Dieci anni più tardi, nel 1957, di fronte al rifiuto delle autorità di accogliere l’esecuzione di un brano gesualdiano nella Chiesa lagunare di San Marco (si disse che era inopportuno onorare in tal luogo un bizzarro compositore napoletano), Stravinsky non si scoraggiò; continuò anzi nel suo progetto, fino all’esecuzione nel 1960 del Monumentum pro Gesualdo avvenuta (per ironia della sorte) proprio a Venezia, nell’ambito della Biennale. Ne derivò una sorprendente lezione di storia, che avrebbe agevolato la graduale ascesa di una nuova generazione di eccellenti studiosi.

L’altra cosa che ho imparato dalla lettura del libro è che non si può prescindere dall’essenzialità dello studio interdisciplinare. Stravinsky, ad esempio, guardò alla letteratura per ottenere un aiuto di comprensione. Più precisamente, nell’ottobre 1955, pretese che un suo concerto di musica gesualdiana fosse aperto da una conferenza di presentazione tenuta dal genio letterario di Aldous Huxley. Questi si preparò adeguatamente, facendosi spedire molti materiali da alcuni amici europei, che nel frattempo avevano affrontato la storia di Carlo Gesualdo.

Un terzo suggerimento riguarda la seguente consapevolezza: ogni passione che sia fondata culturalmente non può non tradursi nella visita materiale ai luoghi che seppero ispirare opere di impareggiabile valore, ospitandone oltretutto la produzione; ragione per cui non bisognerebbe mai farsi trovare impreparati nell’accoglienza. La prima visita di Igor Stravinsky e Robert Craft al Castello di Gesualdo, compiuta nel 1956, da questo punto di vista è emblematica. Ma anche qui, ciò che è valso infine è l’assenza di pregiudizio; tant’è che la valutazione sconsolata sullo stato di conservazione dei luoghi e sul grado di conoscenza locale non impedì ad Igor Stravinsky di comporre – di lì a poco – il suo “Monumento”.

Lo studio di Giuseppina Finno, per la verità, dà conto del percorso nel frattempo compiuto. Il lettore segua con attenzione quanto scritto in appendice al testo e quanto dichiarano all’autrice due suoi amici: Marie Stravinsky (presidente della Fondazione Stravinsky di Ginevra) e Bo Holten (direttore dell’ensemble Musica ficta di Copenaghen).

È nell’esatta comprensione dell’eredità di Carlo Gesualdo, si afferma, la partita più importante da giocare nel prossimo futuro! (Riproduzione riservata©)

 

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Scheda libro: Giuseppina Finno, Stravinsky e Gesualdo, 2017 [pp. 1-64 / ISBN 9788890683053].