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La creazione letteraria dei paesaggi urbani: molto più di un semplice passatempo

Nel momento in cui misi piede per la prima volta a Dublino, ebbi l’impressione di conoscere già quella città. Non nutrii dubbi, ad esempio, che a svegliarmi nel mio giorno di residenza iniziale fossero state le campane della Chiesa di St. George, di cui in verità ignoravo l’esatta ubicazione. Dell’O’Connell Bridge riconobbi da subito ogni passo, come se lo avessi frequentato da sempre, e la stessa emozione provai con i grandi e folti alberi, ancor di più con gli infiniti odori e colori, del parco pubblico nei pressi di Grafton Street.

Passando davanti al Trinity College, e poi attraversandolo, mi domandai come sarebbe stato studiare nelle sue stanze. Quando invece feci tappa al Davy Byrnes, il pub di Duke Street, accettai di buon grado che mi offrissero un panino al gorgonzola e un bicchiere di vino Burgundy, benché non fossi amante né dell’uno né dell’altro. La cosa più strana, tuttavia, mi capitò in farmacia. L’architettura della Sweny’s Chemist, questo il nome della farmacia nel centro della città, mi risultò a dir poco familiare. Può sembrare strano, eppure ne conoscevo a menadito l’organizzazione confusionaria, tanto che la disposizione quasi a casaccio di banchi, scaffali e prodotti non mi sorprese affatto. E sebbene io cercassi lì soltanto un medicamento per il mal di gola, ne uscii con una deliziosa saponetta profumata al limone. Anzi due, in confezione regalo.

Tale inaspettata compera, compiuta d’impulso, sprezzante inoltre della premura che mi aveva spinto in quel luogo, la ricerca cioè di una cura fisica, svelò da ultimo tutti i misteri legati alla sensazione spirituale (e alquanto bizzarra) del mio déjà vu dublinese. In quel determinato istante infatti potei certificare che la partenza per Dublino, la dimestichezza avuta – appena sbarcati – con le mappe urbane, la confidenza ispirata da certi luoghi e l’intimità rivelata da certe vedute erano state preparate anni addietro – sia pure inconsapevolmente – da una guida d’eccezione che proprio alla Sweny’s Chemist, vale a dire nell’acquisto di una saponetta al limone, si era palesata nella sua straordinaria grandezza. Parlo di Leopold Bloom che, decidendo di uscire di casa il 16 giugno del 1904, avrebbe consegnato ai viaggiatori dei tempi a venire una delle passeggiate più epiche nel cuore pulsante di Dublino, ricca perciò di preziosi dettagli non solo esteriori.

La consapevolezza maturata sulla misura dell’“Ulisse” di Joyce quale pretesto di partenza e motivo di conoscenza, caratteristiche imprescindibili per ogni guida che pretenda di essere autentica e vera, mi è servita in seguito. A Parigi, ad esempio, fermandomi d’un tratto dinanzi alle cosiddette colonne Morris, posso giurare di avervi trovato l’annuncio della messa in scena di una tragedia di Racine. È quanto capitò a Marcel Proust nella sua eccezionale “Recherche”. Ecco, non si può non essere grati a Proust e alle sue opere tutte le volte che a Parigi si avrà l’opportunità – che so io – di scorgere l’Opéra Garnier dalle vetrine del Café de la Paix oppure quando si percorrerà a piedi la riva destra della Senna, magari dopo aver abbandonato il frastuono di boulevard Haussmann.

A Proust è legato un altro aneddoto di viaggio, precedente alla visita nella capitale francese. Feci una sosta involontaria, o meglio obbligata, nella piccola città di Illiers, vicino Chartres. Per il tramite dei cartelli stradali scoprii, con infantile sorpresa, che Illiers combaciava in tutto e per tutto con la città di Combray, nome a questo punto di fantasia, che occupa uno spazio rilevante nella prima parte del famoso capolavoro proustiano “Alla ricerca del tempo perduto” (ahimè, quante cose si ignorano da giovani!). Al di là del camuffamento letterario, dunque, riconobbi la casa della zia Léonie, la chiesa di Saint-Hilaire, la piazza principale del paese, il castello di Tanson-ville o il Pré Catelan, ricavandone un’immensa gioia umana. Come nella Dublino di Joyce, ma è lo stesso se si dicesse come nella Buenos Aires di Borges o nella Macondo magica di Marquez, diventa inutile precisare che non si tratta solo di dettagli esteriori, che non si tratta solo di una questione riguardante storia, storie, vie e monumenti. Tutt’altro. Anche se a spiegarlo risulta talvolta difficile.

Non certo per il mio maestro d’università. Un giorno gli confidai il desiderio di conoscere Praga e lui mi promise in regalo la migliore guida che fosse stata mai pubblicata sulla città. L’indomani mi offrì in lettura “Il Processo” di Franz Kafka. Rimasi stupito, ma accettai la sfida e rilessi il romanzo in chiave, per così dire, “turistica”.

È stato impressionante scoprire quanto spazio Kafka abbia riservato nel suo libro alla propria città natale, pur senza nominarla, e quanta parte della città il libro restituisca ai lettori. Ci si accorge così che la Praga gotica, il suo ghetto, il suo labirinto di viuzze e strade strette, non meno della sua atmosfera rarefatta, hanno rappresentato il calco ideale servito all’autore per delineare il luogo in cui si svolge il famigerato processo, un edificio che ha sì una facciata larga e una porta dalle dimensioni formidabili, con all’interno però un dedalo di corridoi e passaggi, di spazi angusti e disarticolati, che diventeranno una delle metafore più significative sul complicato mondo della giustizia. Nel percorso di restituzione, visitare il centro di Praga dopo la lettura di Kafka significa non tralasciare alcunché del suo abitato, cogliendo il contenuto nascosto di apparenti minuzie, a cominciare dal mirabile contrasto di luci e ombre che si osserva nel groviglio dei tanti vicoli urbani.

Credo per davvero che nella creazione letteraria dei paesaggi urbani o nella trasposizione artistica degli stessi (da cui dovrebbero discendere oggi il marketing territoriale, la promozione turistica e la comunicazione social) viva qualcosa di effettivamente grande, che ha a che fare con il segreto posto a base di ogni spinta innovativa. Mi riferisco al potere dell’immaginazione inteso quale forza motrice del desiderio umano. Desiderio, forza, potere e innovazione nutriti dall’immaginazione sottesa al modo prescelto per interpretare una vita cittadina e quindi raccontarla nella maniera più consona o giusta, secondo una prospettiva tendenzialmente universale, se si ritiene che quella vita – esposta nella molteplicità delle sue sfaccettature – possa appartenere non solo a se stessi o ad un circuito ristretto di associati. D’altra parte, chi ha narrato di città reali o nascoste, di città astratte o ricostruite sulla base di frammenti sparsi nella memoria, e si potrebbe continuare, ha avuto di mira un unico obiettivo: riuscire a penetrare nel fondo della coscienza umana per rispondere alle numerosissime esigenze della vita, tra i primissimi bisogni oltretutto dei tempi odierni. La Dublino di Leopold Bloom tratteggiata realisticamente da Joyce, la cittadina di Illiers camuffata da Proust sotto le fattezze di Combray, la Praga nascosta di Kafka, tanto per fermarsi agli esempi cui si è fatto cenno, meritano l’appellativo di “città letterarie” non perché semplicemente citate in letteratura, perché chi ce ne ha parlato, nel modo in cui lo ha fatto, grazie al potere dell’immaginazione, è riuscito ad intuire di un luogo la sua essenza, è riuscito ad apprenderne l’anima restituendola ai lettori (di tutto il mondo) sotto forma di “atmosfera”, che è poi la meta agognata di ogni viaggio meritevole di essere chiamato tale.

Il viaggio meritevole di essere chiamato tale, non v’è mistero a tal proposito, dipende da un’intrinseca esigenza che preme sul cuore dell’uomo, una ricerca tutta interiore, dal sapore identitario. E allora interviene qui la responsabilità dei “luoghi letterari” scelti come meta di viaggio. Non dovremmo stancarci mai di ripeterlo: la magia di una meta non risiede nell’essere un elementare punto di arrivo; la magia di una meta risiede nel consentire al viaggiatore di sentirsi rinnovato al momento della sua nuova partenza.

In attesa di condividere col maggior numero di persone un esclusivo “manuale” che spiega meravigliosamente siffatti concetti, la “Psicologia del viaggiatore” di Remo Carulli, in uscita a novembre per i tipi della Gesualdo Edizioni, non sarà forse superfluo rammentare in conclusione una classica domanda: Che cosa è oggi la città, per noi? “Le città sono un insieme di molte cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio […]”. Così scrivendo Italo Calvino poneva le premesse affinché s’imparasse a svelare dei luoghi (città, paesi o villaggi che siano) l’invisibile, ovvero ciò che si nasconde soltanto a chi non ha immaginazione sufficiente per vedere.

Lo fece in un libro stupendo (“Le città invisibili”) utilizzando il tramite di Marco Polo, un viaggiatore visionario che racconta di città impossibili ad un imperatore malinconico, il quale ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andando in rovina!

Un ammonimento senza tempo per amministratori locali e valorizzatori territoriali!

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