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Sulla responsabilità dei giovani

Nell’ultimo Consiglio comunale, l’Amministrazione di Gesualdo ha varato l’istituzione (in verità, la rinnovata costituzione) del Forum dei giovani. La notizia, anche sui social, sembra essere passata sotto silenzio. In ogni caso, essa sembra essere circondata da indifferenza generale.

Quello dei Forum giovanili è terreno tanto delicato quanto scivoloso.

Forse non tutti ricordano che nel luglio 2007 ebbe cadenza praticamente quotidiana la notizia dell’istituzione proprio di Forum giovanili presso diversi Comuni irpini, ivi compreso il mio.

Le entusiastiche dichiarazioni dei sindaci, certi di ricevere da questi nuovi organismi (previsti dalla legge) proposte e progetti utili per promuovere un rilancio della vita sociale e culturale delle comunità amministrate, riproducevano in provincia ciò che stava già accadendo su scala nazionale. Il ministro dell’economia Padoa Schioppa, infatti, aveva appena convocato i rappresentanti del Forum nazionale dei giovani presso il tavolo della discussione governativa su previdenza e pensioni, mentre papa Benedetto XVI di lì a poco avrebbe esortato gli stessi giovani a rappresentare la «gioia» della sua Chiesa.

Dunque gli organi di stampa furono portati a dire, e a ripetere, che la generazione figlia degli anni Settanta e Ottanta era arrivata finalmente all’«età della responsabilità». Tale affermazione, però, apparve agli occhi di osservatori critici più euforica che veritiera. Ci si interrogò, ad esempio, sulla provvisorietà o meno del risultato raggiunto, come anche sulla spontaneità o meno del processo attivato.

Simili interrogativi (che coinvolgono appunto le categorie di “provvisorietà” e “spontaneità” di risultati e processi) valgono anche per l’oggi, dinanzi alle generazioni figlie degli anni Novanta e del Duemila. 

Diffusa è da tempo la convinzione secondo cui il difficile inserimento sociale lamentato dai giovani – oggi più impressionante che mai – sia il simbolo di un’irrinunciabile contraddizione, quella dell’eterno conflitto tra generazioni. Secondo tale prospettiva, non sarebbe mai esistita – e non esisterebbe adesso – la reale volontà di intavolare un serio dialogo generazionale capace di dividere equamente, tra padri e figli, il peso del passato e l’incertezza del futuro. In altri termini, la società fingerebbe nei confronti delle idee innovative una mal sopportata benevolenza. E questo atteggiamento deriverebbe da un antico vizio del mondo adulto: comprendere a fondo il comportamento dei giovani solo per controllarne il destino.

La «disillusione» del ‘68 ne rappresenterebbe la conferma. D’altra parte è noto che molti protagonisti di quegli anni di contestazione hanno spesso dichiarato di aver combattuto per un’utopia politicamente controproducente. Nel senso che essi, alla fine degli anni Sessanta, sono riusciti certamente a turbare le strutture del potere dappertutto in Occidente, ma non a pilotare la propria carica emotiva. Anzi, da allora ci si sarebbe meglio attrezzati per interpretare e dominare il dissenso studentesco. Non a caso, in letteratura, la sindrome ribelle della gioventù sessantottina è stata subito ricondotta dal piano della teoria politica e sociale al piano della spiegazione psicologica e pedagogica.

Orbene, avere a mente la lezione derivante da un recente passato, con tutto il suo bagaglio di vizi oltre che di virtù, sarebbe cosa saggia, soprattutto di fronte agli ultimi  proclami solidali derivanti dalla politica e dalle amministrazioni.

Di qui, un’esortazione su tre livelli di responsabilità.

A chi, in politica e nell’amministrazione, si fa sponsor del coinvolgimento giovanile vorrei ricordare due cose: 1) che gli avvenimenti del ’68 hanno contribuito a far credere erroneamente che il mondo giovanile abbia una dimensione compatta e universale: rifuggire, quindi, dalle semplificazioni; 2) che in misura crescente, negli ultimi tempi, i ceti dirigenti si sono appellati a codici etici dubbi: mantenere sempre alta, allora, l’asticella dell’etica politica.

Ai giovani, invece, che intendono farsi coinvolgere dalla politica e dalle amministrazioni, vorrei dire di onorare senza infingimenti il proprio riscatto culturale: testare, quindi, in ogni momento, la sincerità di chi manifesta atteggiamenti di apertura nei propri confronti, ovvero nei confronti delle idee che si esprimono. 

Infine, un accorato appello all’opportunismo politico generale: si permetta ai giovani la ri-acquisizione della loro identità, nell’indipendenza che essi meritano.

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