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Quando lo Stato ci chiama ad essere giudici dei bisognosi

A seguito del “soccorso alimentare” varato dal governo, i comuni italiani sono stati chiamati ad organizzarsi in fretta affinché gli aiuti di Stato potessero raggiungere subito i cittadini bisognosi. Ai sindaci quindi è stato demandato un compito delicatissimo: stabilire in totale autonomia tempi e modalità di consegna degli aiuti. In totale autonomia sì, giacché è prevalso il principio – assai comodo in fasi d’emergenza – secondo cui i sindaci sono le persone più adatte ad interpretare le esigenze delle comunità amministrate, data la conoscenza approfondita che i primi hanno delle seconde. Di qui una frastagliata geografia delle iniziative assunte.

Tentando di fare ordine tra queste, va notato che i comuni si sono riconosciuti – grosso modo –  in due blocchi. Da un lato, le amministrazioni che hanno deciso di trasformare i buoni spesa in pacchi alimentari (distribuiti autonomamente o con il supporto di associazioni, consegnati a domicilio o ritirati in punti specifici); dall’altro lato, le amministrazioni che sono rimaste fedeli all’idea del buono spesa (buoni nominativi, buoni stampati con scadenze scaglionate, buoni stampati alla presenza della guardia di finanza, buoni depositati presso i negozi convenzionati, buoni vincolati ai “negozi di prossimità”, buoni versati su conti correnti, su carte prepagate e così via).

Comunque sia, trovandosi nell’una o nell’altra situazione, si è cercato di legare il beneficio a criteri certi, predeterminati, verificabili e soprattutto rispondenti a ragioni di equità (fissazione di una soglia minima di reddito, esclusione dell’Isee che non fotografa la situazione attuale, considerazione del numero di componenti per famiglia, della presenza o meno di neonati, bambini e portatori di handicap, totale assenza di ammortizzatori sociali, stato di disoccupazione, ecc.). 

Alcuni comuni infine hanno integrato le somme concesse dal governo, altri no.

Se dovessi indicare un caso di specie, assumibile come esempio di buona prassi, non esiterei a segnalare il comportamento assunto dal comune di Cesena. Questo ha accreditato i buoni spesa direttamente sulla tessera sanitaria elettronica degli aventi diritto (130 euro per i nuclei familiari composti da una sola persona; 204 euro per le coppie; 265 euro per le famiglie formate da tre persone e 320 euro per quelle di quattro membri. Alle cifre stabilite si aggiungono: 46 euro per ogni ulteriore componente del nucleo familiare; 20 euro per ogni minore e 50 per ogni disabile. E non sono stati esclusi neppure coloro che sono in attesa della cassa integrazione).

Inoltre, il 90% dei fondi arrivati dal governo è stato utilizzato per i buoni spesa, mentre il restante 10% è stato distribuito tra la Caritas, la Croce Rossa e tutte le altre associazioni impegnate quotidianamente nella distribuzione di generi alimentari. Altri comuni ancora hanno deciso di destinare la quota del 10% all’acquisto di medicinali, integrando così il “modello Cesena” con un’ulteriore possibilità.

La svariata casistica dimostra senz’altro quanto complicato sia assumere le vesti di “giudice dei bisognosi”, anche perché siffatto incarico si svolge dinanzi ad un tribunale terribile che è la coscienza di ciascuno noi, di ciascuno dei soggetti deputati ad assumere una decisione destinata ad avere evidenti ripercussioni sociali ed umane.

Da consigliere comunale, membro però di una minoranza che si è deciso di tagliare fuori dai tavoli di discussione, ammesso che questi ci siano, sento il dovere (morale prima che istituzionale, intellettuale prima che politico) di esprimere tutta la mia personale riluttanza verso la scelta di convertire i buoni spesa concessi dal governo in pacchi alimentari.

Non solo perché la distribuzione di generi alimentari da parte delle pubbliche amministrazioni richiama scenari tanto cupi quanto foschi (penso ad un vero e proprio dopoguerra o ad un post-terremoto), ma anche e soprattutto perché, ogniqualvolta si predilige la quantità alla qualità dell’azione, si rischia di penalizzare la dignità delle persone coinvolte (che invece andrebbe tutelata e rafforzata in virtù dello stato di bisogno in cui quelle medesime persone versano loro malgrado).

Poniamola così. L’azione amministrativa possiede almeno due componenti: la componente politica, che guida e orienta l’azione, e la componente burocratica che la realizza, la mette in pratica nel rispetto delle norme.

La questione allora si direbbe, almeno per me, presto risolta in termini politici.

Nelle democrazie liberali, infatti, né lo Stato centrale né gli enti locali possono permettersi il lusso di entrare nel privato delle case, sostituendosi ai cittadini e stabilendo per loro cosa si debba mangiare, leggere o indossare. La differenza tra buoni spesa e aiuti alimentari, tra il 90% e il 10% della ripartizione dei fondi avvenuta a Cesena, sta proprio qui: nella libertà di scegliere appunto cosa mangiare, legata essa alla responsabilità individuale di ciascun cittadino. Che questa libertà poi abbia natura fondamentale, non occorre neppure precisarlo. Se io non posso scegliere, diranno alcuni, preferisco rinunciare al beneficio (viene dunque sottratto loro un diritto). Oppure, per accedere comunque al beneficio ed esercitare la mia libertà di scelta, sarò costretto a dichiarare più di quanto si conviene: le mie preferenze, i miei gusti, la presenza di determinate patologie che condizionano la mia alimentazione, la necessità di mantenere un regime dietetico, i capricci dei figli e così via, fino a sconvolgere la privacy di tutti i membri di una famiglia.

Orbene, si faccia attenzione. Affermare quanto detto sopra, riconoscere cioè una fondamentale libertà di scelta in capo al cittadino, significa spostare l’impegno amministrativo dal dato quantitativo al dato qualitativo, dalla componente burocratica alla componente politica; significa attribuire al soggetto titolare di diritti e di doveri la sua qualità di persona umana, di individuo dotato di dignità, di uomo o donna che intuisce, pensa, crea, teme, ama, soffre, crede, desidera, spera. Sembrerà forse strano a qualcuno, ma per volere costituzionale il fine ultimo delle norme consiste nel rimuovere (non certo nell’innalzare) gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona umana. Questa, dunque, la persona umana, è l’ultima vera destinataria dell’azione burocratica amministrativa, non il soggetto generale ed astratto, senza corpo e senza anima.

Già, il corpo e l’anima!

Bastano probabilmente queste parole per comprendere come il discorso tende di per sé ad ampliarsi, coinvolgendo altre dimensioni, in primis la sfera cristiana. Distribuire pacchi alimentari, mi domando, a cosa corrisponde cristianamente? A compassione, a carità, a misericordia? Anche sotto questo aspetto il tema non manca di sorprendere.

Senza addentrarmi in distinzioni che non mi appartengono, dirò solo che ho letto un bel libro, il quale forse ha avuto meno risalto di quanto meritava nonostante l’importanza dell’autore: “La mia idea di arte” di papa Francesco. In esso il pontefice ribadisce più cose, ma l’argomento principale ruota intorno alla necessità di riportare al centro dell’attenzione le periferie, gli ultimi, i bisognosi, l’idea attuale di “scarto”, come afferma il pontefice stesso. In questa direzione, mi ha sorpreso la spiegazione che il papa dà delle “Opere di misericordia”, piccolo capolavoro di Olivuccio di Ciccarello (1366 circa-1439). Sei tavolette  di inizio ‘400, dipinte a tempera e oro, raffiguranti le opere di misericordia corporale che “garantiscono” tradizionalmente l’accesso alle gioie del paradiso: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Papa Francesco, con un’interpretazione tanto forte quanto audace, anticipando al ‘400 ciò che poi sarebbe stato sostenuto più in là per Caravaggio, che in un’unica scena rappresentò sette opere di misericordia (aggiungendo l’ospitalità dovuta ai pellegrini), confida di amare il ciclo di Olivuccio per una ragione semplicissima: lì, dice, i bisognosi sono gli attori principali della rappresentazione, annullando così la presenza o l’intermediazione finanche dei benefattori.

Ecco ribadito il concetto: “gli ultimi non sono bisognosi da aiutare”. Al contrario, essi “devono essere resi protagonisti del proprio riscatto”. Vi ritrovo una formidabile coincidenza con il precetto costituzionale relativo alla rimozione di ogni ostacolo (economico o sociale, reale o virtuale) al pieno sviluppo della persona umana.

Post scriptum

Gesualdo, il mio comune, sulla base di una motivazione molto flebile (ridurre gli spostamenti sul territorio),  ha deciso di trasformare i buoni spesa in pacchi alimentari, senza la predeterminazione oltretutto di precisi criteri di attribuzione, sottoposti – come questi sono stati – alla valutazione soggettiva di una commissione ad hoc. Direi, un’occasione mancata sulla via del bello.

Su tutto, però, ferisce il comma conclusivo dell’art. 5 del regolamento riguardante l’assegnazione del beneficio: “Eventuali espresse rinunce da parte degli assegnatari o la mancata accettazione della spesa è motivo di decadenza…”. Le parole suonano come un avvertimento sinistro. Vale a dire: dopo che se ne sia fatta eventuale richiesta, non ci si sforzerà neppure di capire il perché di una mancata accettazione, della mancata accettazione di una spesa fatta per noi da altri.

Ammonisce papa Francesco fin dalla copertina del suo libro: l’arte non deve scartare niente e nessuno, come la misericordia. E vorrei poter aggiungere io, come la politica.

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Come è andata a finire

Il rispetto per la dignità delle persone, alla fine, è prevalso. Con comunicazione del 5 dicembre 2020  il Comune di Gesualdo, riconoscendo il suo sbaglio,  ha annunciato che il secondo aiuto alimentare per le famiglie in condizioni di temporaneo disagio economico, grazie sempre ai fondi statali stanziati con Dpcm del 28 marzo 2020, avverrà mediante l’erogazione di buoni spesa e non più tramite la trasformazione offensiva degli stessi in pacchi alimentari precostituiti.