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Il Tar condanna il Comune di Gesualdo; mentre il Prefetto invita a rivolgersi anche alla Corte dei conti.

Avverto i lettori di questo lungo articolo che il titolo scelto per lo stesso, senz’altro veritiero, è commisurato a quello che la maggioranza del Comune di Gesualdo (AV) ha utilizzato per alcune fake news fatte circolare lunedì 30 settembre e diffuse ad arte attraverso i propri canali social.

Cominciamo col dire che la sentenza amministrativa commentata dalla maggioranza il 30 settembre scorso, sulla base della quale si è asserito falsamente che il Tar di Salerno aveva “rigettato il ricorso” della minoranza sul bilancio comunale, è soltanto di stamattina (18 ottobre 2019). Con siffatta sentenza, quella vera, Il Tar ha riconosciuto la fondatezza del ricorso presentato dall’opposizione e ha condannato il Comune soccombente per lampante e conclamata violazione di legge.

Chi risponderà adesso di una pubblica bugia?

La questione è di una gravità inaudita.  Annunciare e discutere una sentenza 18 giorni prima della sua scrittura e pubblicazione è qualcosa di inquietante. Più inquietante ancora è la circostanza per cui una sentenza inesistente venga spacciata dall’amministrazione gesualdina come favorevole a sé, col seguito di considerazioni spiacevoli nei confronti dell’opposizione. Si direbbe, una perfetta propaganda di regime. In altri contesti, l’accaduto sarebbe causa sufficiente per provocare le dimissioni di chi si fa artefice di simili operazioni; operazioni dalle quali emerge oltretutto la reale considerazione che gli amministratori hanno dei cittadini, che si vogliono trasformati  – da sovrani – in sudditi; sudditi di un personale interesse politico a che le cose siano poco chiare e soprattutto confuse. Perché, allora, questo irrefrenabile desiderio di confusione e di scarsa chiarezza?    

Procediamo per ordine.

In principio v’è un ricorso a tutela del buon andamento della Pubblica Amministrazione. La maggioranza, infatti, dovendo approvare il bilancio di previsione, l’appuntamento più importante dell’anno amministrativo, fa ostruzionismo. Concede ai consiglieri di opposizione, per l’analisi di atti che vanno letti in maniera approfondita, soltanto quattro giorni virtuali. Veniamo cioè convocati un venerdì pomeriggio per il lunedì pomeriggio successivo, sfruttandosi nel computo legale dei termini il sabato e la domenica (giorni in cui gli uffici comunali sono notoriamente chiusi). Nella sostanza, ci viene detto che abbiamo a disposizione soltanto il lunedì mattina per acquisire, leggere e giudicare diverse carte, assai delicate – e tutti lo sanno – per la vita di un comune. 

Ebbene, se l’ostruzionismo di una minoranza può essere pretestuoso, quello di una maggioranza è sempre sospetto: perché limitare, fino all’impedimento, l’analisi attenta e oculata degli atti di bilancio? Il sottoscritto, pertanto, in accordo con il proprio gruppo di opposizione, ha presentato ricorso al Tar, lamentando quel che si può lamentare dinanzi ad un Tar: il mancato rispetto dei termini minimi previsti dalla Legge (prima ancora che dallo Statuto e dal Regolamento comunali) per l’esercizio consapevole delle proprie funzioni in relazione – si ripete – ad un documento vitale, quale è il bilancio di previsione. Nulla di pretestuoso, dunque. Anzi, sotto questo aspetto, di fronte al riprovevole ostruzionismo della maggioranza, il ricorso diventa “atto dovuto” sia nell’interesse dell’intera collettività sia nel rispetto del mandato ricevuto dagli elettori. Non solo. Il ricorso, nella visione di chi lo ha proposto, è finanche un atto simbolico indirizzato all’attenzione di un’amministrazione che, fin dal suo esordio, ha fatto dello svilimento di regole e procedure (beninteso, di quelle poste a garanzia degli altri, non certo di se stessa) un marchio di fabbrica.

Proseguiamo. Cosa è successo dopo la presentazione del ricorso al Tar?

La maggioranza, onde evitare che il Tar si pronunciasse da subito sull’annullamento del bilancio, risultato piuttosto scontato, guadagna tempo, anticipa la decisione dello stesso Tar, si assume dinanzi ai giudici la colpa dell’accaduto, fa sue le motivazioni dell’opposizione (chiedendo infatti ai giudici la cessazione della materia del contendere, è come se si chiedesse loro di scusare l’illegittimità riconosciuta del proprio comportamento). Fin qui la forma, quella dell’ammissione di colpa, reclamata a garanzia di se stessa. Per avvalorare invece nella sostanza tale posizione, cosa si fa? Si mette su un’operazione senza scrupolo, assunta a scapito della collettività: si annulla il bilancio per riapprovarlo nella medesima seduta consiliare del 20 agosto, ovverosia molto al di là degli ampi termini concessi dal legislatore.

Perché quest’azione può definirsi senza scrupolo e adottata a scapito della collettività? Perché l’annullamento di un bilancio, fatto seguire dalla riapprovazione tardiva – cioè fuori termine – dello stesso, produce rilevanti conseguenze economiche, finanziarie e contabili, che solamente il senso di responsabilità dell’opposizione potrà contribuire a calmierare.

Insomma, prudenza e responsabilità, diligenza e cura per il destino della comunità amministrata, avrebbero richiesto il mantenimento dell’illegittimità dell’atto, consentendo all’autorità giudiziaria di ri-disciplinare il procedimento di approvazione del bilancio, dopo che questo ha avuto quattro mesi di vita effettiva. Evidentemente, dopo tutto questo lasso di tempo, dopo tutte le proroghe concesse dal legislatore per mettersi in regola, non ogni errore o vizio è sanabile in autonomia.

Tenuto presente poi che il ricorso dell’opposizione è stato notificato alla maggioranza comunque in tempo utile perché essa potesse mantenersi nei termini di legge e agire in sanatoria, senza ulteriori strascichi, sorgono due dubbi. Il primo: perché si è agito tardivamente? Per ozio, forse? Oppure per negligenza e imperizia? Il secondo: qual è il grado di consapevolezza amministrativa – per così dire – del dopo? Ossia, si sono domandati gli amministratori cosa succede se si agisce dopo un certo tempo? E, superato questo tempo, si sono interrogati gli amministratori sulle conseguenze che si troverebbero ad affrontare i nostri cittadini, non ora, ma dopo?    

L’opposizione avrà modo di chiarire, come d’altra parte già sta facendo nelle giuste sedi, perché l’operazione architettata dalla maggioranza lo scorso 20 agosto inciderà sulle sorti future del paese. Sotto tale profilo, però, si anticipa che la stessa opposizione, mossa da responsabilità, non impugnerà atti ormai totalmente illegittimi (contratti di fatto decaduti, lavori impropriamente qualificati di “somma urgenza”, affidamenti “ora per allora”, ripetizione di somme già pagate che si trasformerebbero in debiti di bilancio e così via). Ne andrebbe di mezzo la tenuta sociale dell’intera comunità. Ciò che registro, però, e me ne dolgo leggendo le fake news diffuse ufficialmente dalla maggioranza, è il pericoloso affievolimento – sul piano amministrativo – di una (quantomai indispensabile) “cultura della legalità”.  

Capita questo – ad avviso della minoranza e ad avviso dei Tar – allorquando s’impronti un’azione amministrativa a eccesso di potere per difetto di istruttoria, a sviamento e violazione dei principi di efficienza, trasparenza e buon andamento della Pubblica Amministrazione, con conseguente incapacità di uniformarsi ai principi di regolarità amministrativa e contabile; ma capita lo stesso quando si sposa imprudentemente una propaganda off limits. Una propaganda, aggiungo, che tocca il tema sensibile sia dell’etica istituzionale sia dell’etica professionale.

Sul piano dell’etica professionale sarò tranchant. A me sembra strano che un’amministrazione banalizzi – anche nei Consigli comunali – le procedure, salvo poi richiamarle nell’esclusivo interesse di se stessa (basti citare il caso ultimo del divieto di ripresa dei Consigli comunali). Ma mi sembra ancora più strano che un sindaco, che di professione fa il notaio, possa – in una comunicazione ufficiale – fare ironia (per non dire beffa) di termini, procedure e formalismi necessari, ovvero i pilastri dell’attività amministrativa. L’altro tentativo in atto, come nelle migliori marachelle, è quello di far ricadere su altri il peso della propria personale responsabilità.

Io, da parte mia, anziché lamentarmi dell’opposizione e alterare la rappresentazione dei fatti, allargherei oltremisura il controllo sui documenti di bilancio, passando dalla minoranza alla cittadinanza, prevedendo per quest’ultima opportune forme di partecipazione attiva; e pubblicherei relazioni e schemi semplificati per l’accesso civico alle politiche di bilancio, ridotte – è il caso di dirlo – a numeri e operazioni aritmetiche, di cui si pretende l’accettazione per fede (anche quando, per distrazione, e si veda la foto qui di fianco, neppure una somma riesce a fare il totale!). 

Sul piano dell’etica istituzionale dirò invece che non si può sviare il corpo elettorale camuffando una notizia e anche più di una notizia, salvo si voglia sposare un evidente malcostume. Più di una notizia, sì, giacché non solo ci si inventa una sentenza (cosa di per sé gravissima); non solo si etichetta come “ostruzionismo ozioso” il controllo di legittimità operato dall’opposizione (insopportabile solo per chi lo teme); ma si travisano le parole di un Prefetto, che in altre occasioni si è pensato di mantenere chiuse e nascoste in un cassetto (> leggi qui).

Si chiama analfabetismo funzionale l’incapacità di leggere e comprendere un testo elementare, è vero, ma credo che non sia questo il caso. La maggioranza ci gioca. Il Prefetto, si precisa a scanso di ulteriori equivoci, a proposito delle lamentele sollevate dall’opposizione sull’argomento in discussione, si dice semplicemente non competente ad affrontare le molte questioni sottoposte alla sua attenzione, suggerendo la via del Tar e della Corte di conti. Mica elogia l’operato dell’amministrazione, di chi ha fatto dell’annullamento una virtù?

E poi si tratta di passaggi di rito, obbligati, anche questi dovuti, che non conviene a nessuno enfatizzare, anche perché posti a garanzia del mantenimento degli equilibri istituzionali presenti e futuri.  

Faccio un solo esempio, che riguarda la nostra Irpinia.

Ci sono voluti alcuni anni perché la Prefettura insediasse, lo ha fatto il 1° settembre scorso, una Commissione antimafia presso il comune di Pratola Serra, comune con il quale ci siamo appena consorziati, condividendo con esso – su autorizzazione della sola maggioranza – le funzioni amministrative del nostro segretario comunale.

Forse ancora pochi sanno che nel comune di Pratola Serra, oggi, neppure un semplice passante si sognerebbe di banalizzare il rispetto per forme e procedure necessarie o di bollare come ostruzionismo il controllo sulle politiche di bilancio, perché lì – con il trascorrere del tempo – si è dovuto dare un nome diverso alle cose, in quanto il sospetto di infiltrazioni o di atteggiamenti di tipo mafioso, aleggiando sul presente, travolge il passato, rivisto sotto nuova luce; perché lì una certa leggerezza (magari inconsapevole) ha permesso ad alcuni (magari esterni all’amministrazione) di compromettere l’ordine e la chiarezza delle cose, dopo… dopo che per anni si è inconsciamente lavorato – così molti sostengono – all’affievolimento, in ogni settore, di una cultura improntata al rispetto e al riconoscimento di ruoli e funzioni (> leggi qui).

Non a caso è stato il Prefetto in persona a dichiarare che quanto avvenuto a Pratola Serra con l’insediamento di una Commissione antimafia deve fungere da monito per ciascuna amministrazione comunale della nostra provincia, piccola o grande che sia, giacché nessuno è immune da rischi. Dopotutto, nella nostra complicata Italia, già forte è la confusione tra diritti, doveri, opportunità, giustizia, legalità, buonsenso e… comodo proprio (le parole sono di don Dino Pirri).

Di qui la necessità appunto di fare chiarezza e di portare un po’ di ordine fra le cose.

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Documentazione

 

Tar Salerno – Sentenza del 18.10.2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunicazione prefettizia del 20.9.2019