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Teatro Valle e Sapienza di Roma aprono le porte a Carlo Gesualdo… ed è “sold out”

Quella del viaggio è senza dubbio una metafora sicura per indicare un cammino di scoperta e di conoscenza, ma nel caso gesualdiano forse anche una metafora obbligata. La due giorni gesualdiana vissuta a Roma lunedì e martedì scorsi, 14 e 15 ottobre, ne è un’evidente dimostrazione.

Il successo che sta riscuotendo “Madrigale senza suono”, il romanzo di Andrea Tarabbia vincitore del Premio Campiello 2019, funge da autorevole supporto per la (ri)scoperta del personaggio Carlo Gesualdo e, quindi, per una rinnovata conoscenza della sua arte da parte di un pubblico veramente vasto di lettori.

Lunedì scorso il foyer del Teatro Valle di Roma era stracolmo di gente desiderosa di ascoltare dalla voce dell’Autore i “retroscena” di un libro che offre numerose chiavi interpretative intorno alla biografia umana e artistica del Principe madrigalista. La lettura poi di pagine scelte, con il commento musicale del Notturno concertante, ha regalato non poche emozioni ad un appuntamento concepito come anteprima di un’importante stagione concertistica, apertasi all’insegna appunto della musica gesualdiana. Martedì 15 ottobre, infatti, si è inaugurato il programma artistico dell’Istituzione Universitaria Concerti (IUC) di Roma, diretta da Giovanni D’Alò, con l’esecuzione integrale del Terzo Libro di madrigali di Carlo Gesualdo; esecuzione affidata ad uno straordinario ensemble (Les Arts Florissants) diretto da Paul Agnew. I due appuntamenti (il concerto di musiche gesualdiane preceduto dall’incontro con Tarabbia), inseriti in un circuito più ampio di dimensione europea, hanno a loro volta inaugurato ciò che è stato battezzato “Gesualdo project”, che si propone di essere – ecco – un vero e proprio viaggio nell’affascinante mondo di Carlo Gesualdo.

Le prime due tappe di questo percorso sono state certo caratterizzate da un folta partecipazione di pubblico. Non solo il foyer del Teatro Valle, ma anche l’Aula Magna dell’Università Sapienza (luogo del concerto) ha registrato il tutto esaurito. Capita raramente di emozionarsi così: oltre mille spettatori (paganti) hanno ascoltato e infine applaudito per quasi quindici minuti una musica antica (accanto al Libro III, v’è stata una selezione di testi tratti dai Libri I e II) capace di parlare ai contemporanei. Tra i presenti, è bene precisarlo, tantissimi giovani. Molti di loro con il libro “Madrigale senza suono” acquistato il giorno prima. Sotto tale aspetto, sorprende non tanto il numero quanto la varietà delle persone che hanno imparato ad amare il genio gesualdiano.

In verità, sosteniamo da tempo che deve essere approfondita la maniera in cui Carlo Gesualdo e la sua arte sono fuoriusciti dalle pagine dei manuali e delle enciclopedie, dalle sale dei teatri e degli archivi per percorrere circuiti alternativi e, fino a qualche anno fa, impensabili. Tant’è che il misterioso principe, tutto ad un tratto, ha finito col ritrovarsi oggetto di pièces teatrali e di sceneggiature cinematografiche, soggetto privilegiato tanto di pitture quanto di poesie e romanzi, ritrascritto in chiave jazz, utilizzato come modello di ispirazione di musica leggera e così via. Senza perdere di mira – s’intende – le esecuzioni concertistiche di qualità, che sono e devono rappresentare il punto di ritrovo per ogni iniziativa di stampo gesualdiano.

Con la consapevolezza di siffatto obiettivo, allora, ci si può domandare: quale è il segreto di un’arte che ha abbattuto barriere e riavvicinato persone assai differenti per provenienza e cultura? Perché Carlo Gesualdo rappresenta adesso lo spazio privilegiato in cui lavorano insieme artisti e personaggi dalle espressioni molto distanti?

Mi consentano i lettori di fare qui la confidenza, che già scritta in altro luogo, non ho ripetuto a Roma, come invece avevo in animo di fare. Conservo la dedica che Egberto Gismonti, esponente di punta del jazz brasiliano, scrisse per un mio amico, scomparso prematuramente. In essa Carlo Gesualdo (autore cui pure Gismonti ha dedicato alcuni lavori) viene definito quale «nostro Oriente e nostro Occidente».

Sono parole che inducono a riflettere seriamente sul significato vero che oggi assume una passione gesualdiana e sulla possibilità che concretamente abbiamo di interpretarla. D’altra parte è evidente che l’incontro con un geniale compositore dell’antichità, che esercita un fascino misterioso e veicola complesse suggestioni, tende subito a concretizzarsi materialmente e a trasformarsi in una duplice meta: nel desiderato ritrovamento, da un lato, della sua arte e, dall’altro lato, dei luoghi dove furono composte e stampate opere ritenute imprescindibili nella storia della musica occidentale.

Fu così per Stravinsky, è stato così per Tarabbia. Nel mezzo, molti altri.

Radicare l’interesse gesualdiano consolidatosi sul piano nazionale ed internazionale: questo l’obiettivo primario di una politica culturale che voglia porsi al servizio dei tanti viaggiatori già incamminatisi sulle tracce di Carlo Gesualdo…