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Il dovere del decentramento: perché le minoranze spiegano il mondo

Che cos'è una minoranza - Minoranze.itCredo di essere stato sempre parte di una minoranza. Non parlo di un dato puramente statistico né di un’identità sociale predefinita, ma di una condizione mentale ed esistenziale. Mi riferisco, più esattamente, alla prospettiva di chi osserva i meccanismi del mondo dai suoi margini, anziché dal centro geometrico del potere o del consenso. È una postura scomoda, lo so, eppure necessaria.

C’è un errore d’orizzonte che vedo riproposto di frequente: spesso, infatti, si confonde la maggioranza, che è un mero criterio di decisione, con un criterio di verità o di conoscenza. Detto altrimenti, non sempre chi decide è colui che vede meglio. Sia ben chiaro: nessun punto di vista, preso isolatamente, è sufficiente a comprendere la complessità del reale. Va però evidenziato che i margini consentono di rendere visibili moltePasolini e le periferie del mondo dinamiche che il centro tende a sottovalutare o a non percepire, perché ne è travolto o immerso. Per entrare nei gangli vitali di una società, allora, male non sarebbe esercitare di tanto in tanto un movimento di decentramento, assumendo (quantomeno provvisoriamente) la prospettiva delle sue periferie. Ripeto, non perché la periferia custodisca da sola la verità, ma perché essa rende [contribuisce a rendere] intellegibile ciò che il punto di vista dominante tende a lasciare nell’ombra.

Non so da quanto tempo – certamente fin dagli anni dell’università – vado cercando, accanto agli esempi storici di affermazione delle minoranze (nell’ambito, ad esempio, dei diritti civili, delle lotte femministe o delle avanguardie scientifiche ed ecologiste), il fondamento teorico della consapevolezza sopra espressa. Per la verità, non procedo linearmente e neppure secondo un ordine rigido di lettura. Intreccio, piuttosto, dialoghi immaginari tra pensatori uniti dalla medesima urgenza di “abbandonare” il centro. Una sorta di gioco, insomma; se si preferisce, un colto divertissement.

Fu la scomparsa di papa Francesco, il ricordo delle sue toccanti riflessioni sulle periferie del mondo (> clicca qui), vicine per tanti aspetti alla letteratura pasoliniana, a spingermi verso due figure a dir poco distanti, (Søren) Kierkegaard e (John) Rawls, desiderandone una strana conciliazione.

Di Kierkegaard mi affascina la chiave preziosa che egli offre per scardinareSøren Kierkegaard - Wikipedia la supponenza di chi è accecato dalla propria posizione di forza. Benché la sua riflessione sia rivolta anzitutto al rapporto con il singolo, essa suggerisce un principio di più ampia portata: se si vuole comprendere e aiutare un altro essere umano, bisogna avere il coraggio di trovarlo là dove egli è.

«Nessuno può guidare un altro essere umano senza aver prima rinunciato, almeno per un momento, alla superiorità del proprio punto di vista».

Si direbbe, a voler essere superficiali, un banale esercizio di empatia psicologica; ci si trova, invece, dinanzi ad una rigorosa teoria della comprensione. Per Kierkegaard, la verità non si impone mai dall’alto verso il basso. Esigere di governare o di interpretare i bisogni della collettività, senza aver prima compiuto questo atto di privazione, significa esercitare una forma di violenza intellettuale. Per comprendere le minoranze, insomma, occorre abitarne lo spazio spirituale e materiale, sospendendo – almeno temporaneamente – le certezze della propria centralità.

Ritorno per un attimo sulla precisazione già fatta prima. La capacità conoscitiva che deriva dall’abitare i margini non appartiene automaticamente a coloro i quali occupano una posizione minoritaria. Quest’ultima, anzi, rischia di essereLe minoranze in Europa - Mediterranea Online neutralizzata nel momento in cui la minoranza rinuncia alla sua funzione critica per consegnarsi ad una posizione di semplice attesa: attesa, evidentemente, di un cambiamento nelle posizioni dominanti. In ambito politico-amministrativo si osserva non di rado la seguente deriva: le opposizioni faticano a coltivare una reale alterità e una feconda dimensione etica; contendono il centro del potere, senza tuttavia metterne realmente in discussione le logiche. Il ruolo minoritario quindi cessa di essere un osservatorio privilegiato sulle zone d’ombra della società per diventare nient’altro che una mera sala d’attesa del governo.

A questa deriva risponde, sul piano delle istituzioni, John Rawls. Attraverso il suo celebre esperimento del velo d’ignoranza, il filosofo statunitense ci invita a progettare le regole della convivenza civile prescindendo dal ruolo che ciascuno di noi occuperà nella società. Ricchi o poveri, sani o malati, maggioranza o minoranza: l’esercizio richiede di pensarsi come chiunque.

John Rawls | Biography, Philosophy, & Facts | BritannicaEcco l’intuizione: una società può dirsi giusta quando le sue istituzioni sono tali che ciascuno sceglierebbe razionalmente di viverci pur senza sapere quale posizione vi occuperà. Il criterio di giustizia non coincide né con l’interesse della maggioranza né con l’interesse di una particolare minoranza, ma con la capacità delle regole di risultare eque anche per chi potrebbe ritrovarsi nella condizione meno favorevole. È il ribaltamento definitivo tanto dell’arroganza di chi governa quanto dell’opportunismo di chi aspetta semplicemente il proprio turno per farlo.

L’incontro tra questi due autori – per quanto bizzarro – delinea a mio avviso un’idea di buon governo che la modernità sembra aver smarrito. Se Kierkegaard ci insegna a comprendere l’altro dal luogo in cui vive, Rawls ci impone di progettare le istituzioni come se quel luogo potesse essere il nostro. Il passaggio dall’una all’altra prospettiva non è arbitrario: una politica capace di comprendere richiede in primo luogo un esercizio di decentramento, mentre una politica capace di essere giusta deve trasformare quell’esercizio in un criterio concreto di progettazione istituzionale.

Finché le forze politiche, di governo o di opposizione, non reimpareranno questo fondamentale metodo, l’azione amministrativa rimarrà cieca, incapace di produrre alcunché al di fuori della propria autoreferenzialità.