Profili anonimi e macchine del fango: il cortocircuito dei social
Nel suo celebre saggio dedicato alla transizione dall’oralità alla scrittura, Walter Ong osservava come la parola, nella sua forma originaria, costituisse anzitutto un evento vivo: una realtà dinamica e profondamente antropologica, indissolubilmente legata al corpo, alla presenza e alla responsabilità diretta di chi la pronunciava. Come dire, dietro ogni parola vi era una persona; dietro ogni affermazione, un volto.
È una riflessione che ritorna alla mente di frequente quando osservo le modalità attraverso cui si sviluppa oggi il dibattito pubblico nelle nostre comunità; un dibattito sempre più influenzato dalle logiche proprie delle piattaforme digitali. Dopotutto, non si farà fatica a notare che – trascorso qualche decennio dalla diffusione dei social network – il principio descritto da Ong è soggetto a continua erosione. La parola appare sempre più separata dalla concretezza della persona che la esprime e, nel contempo, essa tende a trasformarsi da strumento di
costruzione condivisa e di confronto civile in mezzo di contrapposizione, utilizzato magari per colpire, delegittimare o ferire, col favore della distanza fisica e dell’assenza di conseguenze immediate: due tra le principali caratteristiche dell’interazione digitale.
Particolarmente significativo, poi, è il fatto che tale fenomeno si manifesti con intensità anche nei piccoli comuni, dove la prossimità sociale dovrebbe teoricamente favorire l’ascolto reciproco, la comprensione e il senso di responsabilità. Accade invece, non di rado, l’opposto: la parola viene privata della propria autenticità relazionale e sostituita da forme comunicative che trovano nell’anonimato un canale preferenziale di diffusione.
Mi soffermo su quest’ultimo punto, essendo l’anonimato l’oggetto vero del presente articolo.
Nel contesto dei social attuali, anche in virtù di policy spesso controverse, l’anonimato assume almeno una duplice configurazione. Da un lato si moltiplicano profili privi di un’identità chiaramente riconoscibile che commentano, denunciano, interpretano eventi e alimentano, talvolta deliberatamente, controversie pubbliche; dall’altro lato, l’anonimato altrui viene utilizzato da persone in carne e ossa quale pretesto o strumento per costruire sospetti e diffondere insinuazioni nei confronti di terzi, verso i quali – evidentemente – si nutre attenzione. Se il primo fenomeno però è sottoposto generalmente a dibattito, il secondo riceve una considerazione solitamente minore, nonostante presenti implicazioni forse peggiori e comunque particolarmente insidiose.
Il riferimento è a una dinamica che ho imparato a riconoscere nel tempo. Si assume lo stile di una persona, la sua competenza, la reputazione costruita nel corso di anni fatti di impegno e correttezza, mentre si tenta di sovrapporvi l’ombra del sospetto. Non vengono formulate accuse esplicite né vengono forniti elementi probatori; si suggerisce piuttosto che chi opera pubblicamente con trasparenza possa celare un ruolo occulto,
divenendo l’autore o l’ispiratore di profili fittizi intenti ad alimentare tensioni all’interno di una comunità. In un meccanismo simile, la veridicità dell’affermazione risulta irrilevante. L’obiettivo non consiste nel dimostrare, bensì nell’insinuare. Si attiva così quella che potremmo definire una “strategia del fango riflesso”: l’impossibilità cioè di contestare direttamente la condotta di una persona induce a comprometterne indirettamente la credibilità per il tramite di associazioni arbitrarie e allusioni persistenti. Il dibattito pubblico viene progressivamente trasformato in uno spazio dominato dalla diffidenza, in cui la ricerca della verità cede il passo alla costruzione di narrazioni insinuanti.
Siffatto processo costituisce certamente un’offesa alla dignità individuale, la tutela della quale può essere affidata – almeno nei casi più gravi – agli strumenti previsti dalla legge. Più difficile da arginare, semmai, è il danno arrecato alla fiducia collettiva. Quando l’ombratura diviene metodo e l’allusione si sostituisce all’argomentazione, nessuno può considerarsi realmente al riparo. Chiunque può essere coinvolto in narrazioni suggestive o fantasiose.
Nutro profonda stima per coloro che, di fronte a dinamiche del genere, scelgono deliberatamente il silenzio. Lo faccio anch’io. Non solo perché chi s’arrabbia per una calunnia che riguarda sé stesso la rende involontariamente vera (essendo parola di Cicerone, questa, c’è da credergli); ma anche perché ritengo che la decisione di non interagire con profili anonimi, di non partecipare a discussioni tossiche o di non rispondere a provocazioni continue possa rappresentare una significativa manifestazione di maturità civica. Si tratta, in fondo, di comprendere che non ogni provocazione merita una risposta e che non tutti i luoghi di discussione posseggono le condizioni necessarie per ospitare un autentico confronto civile.
Se accettiamo che lo spazio pubblico venga regolato prevalentemente dal sospetto e dal riecheggiamento, finiamo per compromettere le condizioni stesse della partecipazione democratica. Sfido a dire di no, ma va da sé che nessuna persona di buonsenso, nessun professionista
stimato, nessun cittadino ben disposto verso la collettività vorrà/vorrebbe esporsi pubblicamente, se il prezzo richiesto è lo screditamento. Per questa ragione bisogna reagire e consentire proprio alle persone perbene di riacquistare speranza, di uscire allo scoperto e mettersi in gioco.
Vero è che il recupero della dignità della parola non può ridursi ad un semplice richiamo morale rivolto ai cittadini.
Basta dare una scorsa alle pagine recenti della pedagogia, della sociologia, dell’etica pubblica e della filosofia politica per rendersi conto che la parola d’ordine del nostro tempo è diventata: esempio. Si afferma: le norme indicano una direzione, i discorsi illustrano principi, eppure è la testimonianza vissuta a conferire credibilità, dando linfa alla forza che educa, persuade e trasmette valori.
L’esempio, dunque, s’impone come il fondamento di ogni autentica azione educativa e civile. Nel nostro caso, tuttavia, ci si chiede: chi deve dare il giusto esempio? In primo luogo coloro che esercitano ruoli di rappresentanza e impegno all’interno di una comunità: chi ricopre quindi incarichi istituzionali, chi guida associazioni, movimenti o organizzazioni, chi contribuisce, con la propria autorevolezza, alla formazione dell’opinione pubblica; e ancora, l’esempio deve discendere da quella rete di collaboratori, sostenitori, amici e familiari che, direttamente o indirettamente, concorrono alla definizione del clima civile di una realtà locale.
Acquisita la paternità dell’esempio, occorrerebbe riconoscerne pure la consistenza. Di qui le seguenti voci: rifiuto categorico di linguaggi divisivi, di provocazioni gratuite, di campagne allusive, di strategie comunicative costruite per alimentare lo scontro e, insieme a questo, i sottintesi (sto esplicitando il mio vademecum!).
Il consenso insomma non può essere edificato sulla continua esasperazione del conflitto, visto che un tessuto sociale innervato esclusivamente sulla contrapposizione finisce inevitabilmente per logorare le risorse della fiducia reciproca.
Coltivo la speranza che coloro che alimentano sistematicamente il
sospetto siano destinati, nel lungo periodo, a perdere credibilità. La trasparenza, per quanto la si voglia tradurre in norma o in costruzione comunicativa, giunge in realtà da molto lontano, proviene dal modo in cui si sta con gli altri, dalla coerenza quotidiana delle relazioni, dalla continuità tra ciò che si è e ciò che si mostra. Non esiste trasparenza pubblica che non trovi il proprio cardine in una corrispondente trasparenza privata, così come non può esistere credibilità pubblica disgiunta dall’integrità personale. Ed è proprio questa continuità tra vita e parola che i processi di delegittimazione cercano di spezzare e che, al contrario, occorre preservare con cura.
In che modo?
Io direi attraverso la pratica ostinata della chiarezza, dell’onere e della coerenza. E, vorrei poter aggiungere, attraverso una forma ostinata di fiducia nell’essere umano: quella stessa fiducia che Anna Frank seppe esprimere quando, nel mezzo della più profonda oscurità, scriveva di continuare a credere – nonostante tutto – nell’intima bontà dell’uomo.