La resistenza dell’anima: un concerto cinematografico sulla memoria, la libertà e la dignità dell’esistere
Ci sono film che si limitano a raccontare storie e altri che, invece, custodiscono presenze. L’Amore, la Grazia e la Saggezza, primo lungometraggio scritto, diretto e musicato da Francesco Perzico Di Giuseppe, appartiene senza esitazione a questa seconda categoria. Più che un documentario, è un’opera meditativa concepita come un concerto in tre movimenti, in cui parola, silenzio e musica dialogano incessantemente per interrogare il senso dell’esistenza contemporanea.
L’autore attraversa prima Napoli, poi Roma, alla ricerca di tre uomini che, senza clamore, hanno trasformato la propria vita in un quotidiano atto di resistenza culturale: Salvatore Simeoli, Silvano Agosti e Archie Remo Pavia. Definirli semplicemente “intervistati” sarebbe riduttivo. Sono piuttosto tre voci di una medesima partitura, tre incarnazioni dei valori evocati dal titolo del film, punti di riferimento morali per mezzo dei quali lo stesso film spinge a riflettere sul lavoro, sul tempo, sulla memoria, sul rapporto con i luoghi e sulla possibilità di abitare il mondo senza lasciarsene travolgere.
Uno degli aspetti più riusciti del progetto riguarda proprio quest’ultima dimensione: il legame tra le persone e gli spazi che abitano. Napoli e Roma, pur osservate da scorci appartati e dal lato di dettagli solo in apparenza marginali, partecipano pienamente alla narrazione, fino a convertirsi, per mano del regista, in organismi vivi, in depositi di ricordi, estensione autentica dell’identità dei protagonisti.
Il primo movimento si apre con un’immagine che condensa efficacemente una contraddizione tipica di Napoli: un furgone per le consegne ostruisce l’ingresso della storica Libreria Musicale Simeoli, in via San Pietro a Maiella, di fronte al celebre Conservatorio. È un episodio ordinario, quasi casuale, che il film trasfigura immediatamente in metafora della città: un immenso patrimonio culturale continuamente ostacolato dal disordine circostante, ma mai realmente sopraffatto.
Per chi raggiunge Piazza Bellini passando da Port’Alba, storico accesso alle botteghe librarie cittadine, quel tratto di strada segna un attraversamento quasi inevitabile. La libreria Simeoli è uno di quei luoghi sospesi nel tempo, dove ogni scaffale custodisce migliaia di spartiti, testimonianze materiali della tradizione musicale italiana. Fondata negli anni Venti al Vomero e trasferita nel centro storico partenopeo nel 1938, la bottega assume, nelle immagini del film, i contorni di una vera cattedrale della memoria.
La macchina da presa indugia con pazienza sui mobili realizzati dall’ebanista Iannelli, sulle classiche pandette, sulle lettere ottocentesche e sulla corrispondenza di Francesco Cilea, di Matilde Serao e della Casa Reale, restituendo alla cultura tutta la sua consistenza materiale. Salvatore Simeoli ripercorre quasi un secolo di storia con la naturalezza di chi non distingue più la propria biografia dallo scrigno che la custodisce. Ricorda il passaggio di figure emblematiche (Riccardo Muti, Nino Rota, Pino Daniele ed Enzo Avitabile), però ciò che colpisce maggiormente è il rapporto quasi simbiotico con l’ambiente. In una delle sequenze più intense vediamo Salvatore varcare un’area ancora in ristrutturazione, immersa nell’oscurità, spiegando lui di essere comunque in grado di ritrovare ogni documento a memoria. È un’immagine fortemente simbolica: la conoscenza non ha più bisogno della luce quando si è sedimentata nel corpo. Poco prima, si sente definire la libreria “medicina”, una medicina dell’anima prima che del corpo, un rifugio capace di restituire energia e forza.
Il film non rinuncia tuttavia a confrontarsi con il presente. Simeoli riflette con amarezza sull’erosione prodotta dall’era digitale, nella quale gran parte dei testi è ormai reperibile gratuitamente online e i supporti cartacei o musicali sono quasi del tutto scomparsi. Eppure la libreria continua a mantenersi quale presidio umano, culturale e civile, ricordando che esistono luoghi il cui valore non può essere sostituito da alcuna innovazione tecnologica.
Il secondo movimento conduce lo spettatore a Roma, costruendo l’incontro con Silvano Agosti, voce radicale, poetica e innnanzi tutto libera. Regista, scrittore e intellettuale, egli riscrive il tempo, il lavoro e la creatività: categorie, dice, da ripensare dalle fondamenta. Il dialogo prende avvio dal ricordo, quasi visionario, dell’intuizione che portò alla nascita dell’Azzurro Scipioni, ispirata dall’apparizione immaginaria di Charlie Chaplin. Più che un semplice aneddoto, è una dichiarazione di poetica: un’idea di cinema inteso come spazio di libertà, sottratto alle logiche dell’industria e restituito alla dimensione del sogno.
Con poesie “fulminanti” e romanzi brevi, con riflessioni filosofiche e una filmografia coerente, Agosti smonta l’idea moderna della produttività. La sua critica al lavoro inteso nelle forme di un’occupazione totalizzante si traduce in un invito a riconquistare il tempo dell’amore, della famiglia, del gioco e della contemplazione. L’esistenza, suggerisce, dovrebbe orientarsi verso ciò che rende autentica la nostra esperienza, anziché consumarsi nell’inseguimento vano dell’efficienza.
Particolarmente intensa è la rievocazione di un suo film, La seconda ombra, dedicato alla psichiatria e alla rivoluzione di Franco Basaglia. La celebre sequenza del paziente che si rifugia nella propria “seconda ombra” per sottrarsi al dolore degli elettroshock imprime al documentario la scossa di una meditazione sulla fragilità umana e sulla necessità di preservare la dignità pure nelle condizioni più estreme.
Il terzo movimento conduce infine lo spettatore accanto ad Archie Remo Pavia: libraio, poeta e instancabile edificatore di relazioni. La cornice di Villa Lazzaroni scorta il racconto delle sue vicende, unendo idealmente infanzia, maturità e vecchiaia in un unico paesaggio interiore. Dopo una giovinezza segnata da esperienze professionali diverse e dopo continue ripartenze, l’apertura della libreria, un esercizio sui generis radicato nel tessuto romano, costituisce il suo approdo definitivo.
Pavia dimostra che un’attività commerciale può essere opposizione e difesa culturale, una sorta di trincea contro l’impoverimento spirituale della contemporaneità. La sua libreria diventa pertanto un punto d’incontro, dove potersi riconoscere per il tramite della parola e della condivisione.
Lo si comprende con evidenza quando Pavia racconta il suo amore per Cesare Pavese, nato durante l’adolescenza grazie al fratello Rosario e rimasto intatto nel corso degli anni. Può accadere così che un libro, La luna e i falò, diventi il compagno fedele di un’intera esistenza, fino ad ispirare versi intensi (Lettere all’alba), che restituiscono sensibilità di altri tempi.
In uno dei momenti più emozionanti del film, Pavia mostra i quattordici quaderni nei quali centinaia di clienti hanno lasciato un pensiero. Nel silenzio della libreria le pagine si convertono in una comunità di voci, dando inizio ad un dialogo destinato a proseguire anche quando le stanze rimangono vuote. È forse l’immagine più limpida dell’intero percorso narrativo: la cultura come relazione, la parola come presenza idonea a resistere alla solitudine e all’assenza.
A suggellare questo itinerario letterario compare l’immagine poetica del gufo, richiamo classico alla saggezza. Il suo sguardo nell’oscurità condensa il significato ultimo del film: riuscire a vedere là dove il rumore del presente impedisce ormai di osservare.
Dal punto di vista registico, Francesco Perzico Di Giuseppe compie un’operazione di rara misura ed originalità. La macchina da presa accoglie i tempi dilatati della conversazione, rispetta pause, esitazioni e silenzi, lasciando che siano i protagonisti stessi a determinarne il ritmo.
Fondamentale è la colonna sonora pianistica composta dallo stesso regista e interpretata con grande maestria da Annie Corrado. Il pianoforte non abbandona mai il percorso del film, e lo fa con discrezione, la medesima discrezione delle citazioni dei tre protagonisti che separano e coniugano in un sol tempo ogni singolo movimento. Se ne ricava un tessuto emotivo uniforme, che unisce tre vicende autonome in un’unica riflessione sull’essere umano.
Il montaggio mette in evidenza, senza forzature, le corrispondenze tra le tre figure: la dedizione di Simeoli alla musica, la riflessione di Agosti sul rapporto tra immagini e suoni, l’impegno culturale di Pavia e il suo legame con il Club Tenco si richiamano reciprocamente, incastonandosi in una architettura polifonica niente affatto scontata.
Non è facile scrivere di un film come L’Amore, la Grazia e la Saggezza senza riconoscerne il carattere, per così dire, necessario. Circondati dalla velocità, dall’accumulo e dalla progressiva smaterializzazione dell’esperienza, Francesco Perzico Di Giuseppe consolida l’attenzione che si deve all’ascolto, alla memoria e alla lentezza. I tre protagonisti acquistano forza perché mutano la propria quotidianità in un baluardo etico e culturale, dimostrando che la dimensione ordinaria dell’esistenza può assumere il sapore rigenerante di una testimonianza.
Il film custodisce le tracce più delicate dell’umano e invita lo spettatore a riconoscerne il pregio. Al termine della visione rimane soprattutto la sensazione di aver incontrato tre modi diversi e complementari di abitare il mondo con dignità: tre percorsi affidati al cinema attraverso uno sguardo partecipe, rigoroso e sicuramente rispettoso.
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Scheda Tecnica
- Titolo: L’Amore, la Grazia e la Saggezza
- Regia, Scrittura e Musiche: Francesco Perzico Di Giuseppe
- Anno di produzione / Uscita: 2024 (Pubblicazione online: 13.05.2025)
- Interpreti / Protagonisti: Salvatore Simeoli, Silvano Agosti, Archie Remo Pavia
- Esecuzione Musicale: Annie Corrado (pianoforte)
- Genere: Documentario d’autore / Cinema indipendente
- Durata / Formato: Lungometraggio in tre episodi (interamente autoprodotto)
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