All’ombra del monumento: quando la memoria diventa un bene di consumo
Mi ritrovo una citazione trascritta su un foglio d’agenda. Non ne ricordo, per la verità, la provenienza. Credo sia tratta da un libro di Giuseppe Cocchiara, ma tant’è. Dice che la cultura, quella vera, abita nelle fibre invisibili che legano una comunità alle proprie radici. Annotai la riflessione in occasione della presentazione del libro di Rossano Grappone, edito dalla Gesualdo Edizioni, sulla Fontana più bella del Principato ultra, tra i monumenti caratterizzanti la cittadina di Gesualdo (AV), di cui per la prima volta si raccontava la storia, sulla base oltretutto di una documentazione d’archivio assolutamente inedita e sconosciuta (> clicca qui). Fin dal varo della collana di cui il libro è parte, si pensò ad un movimento di cittadinanza attiva: pubblicare volumi-scintilla, li definimmo così, capaci di sottrarre all’oblio e al degrado simboli identitari del paese (idealmente, di ogni paese).
Il movimento reale per il recupero del monumento è partito da qui.
Oggi il lavoro di pulitura/restauro, invocato tra le righe di una ricerca appassionata, è finalmente terminato. La Fontana è stata restituita alla piazza, liberata dalle incrostazioni del tempo e dell’indifferenza. Tuttavia, la cerimonia pubblica ha messo in luce un deludente paradosso, concretizzatosi in un esercizio di amnesia istituzionale.
Non si vorrà accusare un’impresa editoriale di presunzione o di altro se in
termini di dovere – un dovere, beninteso, di natura anche giuridica ed autoriale – si segnala in questo luogo una mancanza: che le notizie, i dettagli storici e le analisi inedite riportate nel libro di Grappone sono state utilizzate con abbondanza durante la celebrazione e sui social, diventando finanche l’intelaiatura dei discorsi ufficiali; ma, in un singolare gioco di prestigio verbale, lo studio in questione non è stato mai espressamente citato. Non solo. L’autore dello stesso non è stato neppure invitato alla cerimonia.
Dismettendo le vesti di editore e indossando quelle di cittadino, non riesco a nascondere un uguale disagio.
Nella narrazione edulcorata della cerimonia, si è omesso di precisare un dettaglio che definire “grave” è un eufemismo: il completamento dell’opera non è frutto di una pioggia di fondi sovracomunali, come ormai mi capita di leggere dappertutto nei rendiconti del PNRR, ma è stato garantito da un mutuo di 50mila euro contratto dal Comune (> clicca qui).
Mentre le autorità tagliavano il nastro, dunque, dimenticavano la parola “mutuo”, dimenticavano cioè di ricordare, almeno sotto forma di ringraziamento, ed è qui il mio disagio civico, che quel restauro grava e graverà direttamente sulle spalle della comunità: a scanso di equivoci, infatti, va ricordato che ogni mutuo genera un debito per il Comune, comporta il pagamento di interessi, viene rimborsato con denaro del bilancio comunale e riduce le risorse disponibili per altre spese future; si dimenticava di ricordare altresì che quel mutuo integra un finanziamento provinciale che – ironia della sorte – era stato ottenuto proprio grazie all’impulso e alla documentazione fornita dall’autore ignorato.
Di cosa stiamo parlando, allora?
Non me ne voglia nessuno. Stiamo parlando della vittoria di un libro che ha saputo farsi “pietra d’angolo” e, al tempo stesso, della sconfitta di un metodo politico che preferisce l’apparenza alla riconoscenza e alla trasparenza. Se la Fontana oggi risplende di nuovo, lo deve a quella “cittadinanza attiva” che ha saputo sognarne il recupero e ne perora nondimeno – con diverse proposte – tutela e valorizzazione: un merito che nessuna politica può avocare a sé senza il dovere della verità.
Un’ultima considerazione. Questa volta nelle vesti di lettore.
Se si legge con attenzione il lavoro di studio e ricerca di Rossano Grappone, si comprende molto bene che la Gesualdo di metà Ottocento, con un’opera di volontariato ante litteram di certo impressionante, si sporcò per davvero le mani al fine di erigere la propria storia.
Adesso, la storia si ripete con una simmetria amara: sono ancora i cittadini a farsi carico della Fontana, non più con le braccia, ma con un mutuo. La dedizione della comunità, insomma, è rimasta identica nei secoli; ciò che è cambiato è la qualità del riconoscimento. Se nell’Ottocento la Fontana fu il sigillo di un orgoglio condiviso, adesso rischia di diventare il palcoscenico di un’ingratitudine istituzionale.
Resti dunque il monumento, a futura memoria: e della perizia degli antichi e di come la cultura sia l’unico strumento rimasto per ricordare a chi governa che trasparenza e gratitudine sono tra le pietre angolari – quindi inamovibili – del bene comune.