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Come una musica

Ci sono libri che non si lasciano semplicemente leggere, ma si devono ascoltare. Come una musica di Achille Mottola appartiene a questa categoria rara: non è un volume di racconti nel senso classico, né un saggio, né un diario intimo. È piuttosto una partitura di vita, composta per variazioni e ritorni, in cui ogni parola suona in eco con le altre.

La musica nel libro, quindi, è la forma stessa del pensiero, il ritmo che tiene insieme memoria, sentimento e riflessione. È il filo che attraversa l’intero testo, dando voce a un mondo interiore che si muove per risonanze, per accordi e dissonanze.

Dopo un’introduzione di taglio più critico, che rievoca il confronto tra Eschilo, Sofocle ed Euripide, Mottola pone la prima chiave interpretativa: l’uomo, dice, è chiamato a conoscere sé stesso attraverso la sofferenza, il limite e la pietà. Da qui si dipana il cammino narrativo: il mito greco come primo suono di un tema che – come già precisato – tornerà in molte variazioni — l’uomo, la sua ombra, la sua luce.

Si tratta di una riflessione che l’autore àncora nel presente, nella vita concreta, come quando si misura sul terreno dell’amicizia. Questa,  sostiene Mottola, è il modo più alto di abitare il mondo, la forma umana dell’eterno. È un ponte tra terra e cielo, una vocazione. L’amicizia pertanto non è un concetto astratto: è la linfa, anzi, di tutti i  racconti. Che questi infatti trattino dell’amicizia in senso proprio oppure dell’amore o della famiglia, tutto nasce da un  sentimento originario di gratitudine verso l’altro, verso gli altri. Ne Il dono senza fine, ad esempio, Mottola si lascia ispirare da Borges: racconta di un quadro mai ricevuto, di una promessa rimasta sospesa. Eppure in quella sospensione, nel vuoto dell’attesa, si apre uno spazio di immaginazione e la promessa non mantenuta diventa un dono vero, un dono “senza fine”.

È uno dei momenti più sottili e poetici del volume: la mancanza come sorgente di bellezza, l’assenza che risuona più della presenza.

Poi la musica prende corpo e il tono del libro si fa sonoro. In Preludio in do diesis minore e ne La Ballata della mia vita, la musica di Chopin ad esempio diventa la voce del ricordo. C’è una delicatezza quasi visiva nel modo in cui Mottola descrive l’atto del suonare: il movimento delle dita, la vibrazione dell’aria, la pausa tra due accordi. La musica, in queste pagine, è il respiro dell’anima. Non semplice arte, ma modo di stare al mondo. Ogni nota è un frammento di tempo che si salva. Ogni suono diventa un legame.

Il tempo è, in effetti, un altro basso continuo dell’intero libro. Il tempo non procede in linea retta: scorre come un fiume che torna su se stesso, come un adagio che riprende il suo motivo. Nei ricordi dell’infanzia e nei ritratti familiari – Il ragazzo di Gorizia, Nonna Maria, Emilio, Tu m’insegni a durare – la memoria diventa finanche presenza. “Tu m’insegni a durare”, scrive l’autore, rivolgendosi al nonno: ed è una dichiarazione di poetica. Durare non vuol dire restare immobili, ma far vibrare nel presente ciò che amiamo del passato. Così ogni figura (la nonna che impasta il pane, il figlio che insegna al padre, il nonno che trasmette silenziosamente la sua fede) è una corda che risuona nel concerto della vita.

Poi ci sono i luoghi, che in Mottola non sono mai sfondi (come Assisi ne Le pietre di Francesco); ci sono gli incontri divenuti parte integrante di storie personali (come in Luca e Paola, dove l’affetto si intreccia al teatro); ci sono, ancora, pagine che sembrano fotografie: Il piccolo violinista, ad esempio, è un racconto sulla scoperta del talento e sulla fragilità dell’adolescenza, ma anche una parabola sulla vocazione e sull’ascolto. Il bambino che suona, con la sua concentrazione e il suo pudore, rappresenta la purezza dell’inizio, quella purezza che la vita adulta tenta di ritrovare.

Non mancano le prose di viaggio, in cui l’autore guarda il mondo con sguardo di esule riconciliato. I paesaggi del New England diventano proiezione interiore, geografia dell’anima. Ci sono la neve, il silenzio, la luce che filtra tra gli alberi. Ma, dietro le immagini, il tema ricorrente rimane quello della famiglia vissuta come riparo. 

Siamo nel cuore del libro, caratterizzato da una costellazione di pagine brevi, quasi delle istantanee, dove Mottola mostra la sua voce più autentica: una scrittura limpida, priva di enfasi e intrisa di pietas. Il racconto Stazione di Caserta è un esempio perfetto di questa sensibilità. Un incontro casuale, uno sguardo, un istante di empatia. Nulla di eccezionale, eppure v’è tutto. Perché la vita, sembra dirci Mottola, è fatta di questi istanti in cui l’anima si apre e riconosce sé stessa negli altri. È lì, nell’ordinarietà, che si nasconde la grazia.

Avvicinandosi alla conclusione, invece, il tono si fa più raccolto, quasi confessionale. Ne La voragine nel cuore: lettera mai spedita, l’autore dà voce a un sentimento di perdita e di mancanza. Anche qui però la parola non chiude, non sigilla: lascia spazio al silenzio, alla sospensione. È una coda musicale, un adagio che si spegne lentamente, lasciando nell’aria la risonanza di tutto ciò che è stato.

Come una musica è, insomma, un atto di fiducia: nella parola, nell’arte, nella memoria e soprattutto negli esseri umani. È un libro che restituisce respiro al tempo e che ci invita, come scrive l’autore, a “durare”, a restare fedeli alla parte migliore di noi stessi.

Così, quando si chiude l’ultima pagina, resta nell’aria la sensazione che il silenzio non sia fine, ma inizio. Che ogni parola, come ogni nota, continui a suonare dentro chi ascolta.