Oltre il borgo: l’Irpinia come patria verticale
Con Disegno Irpinia 2030, Nicola Trunfio dedica alle aree interne una riflessione nuova e lucida, capace di distinguersi per profondità d’analisi e autonomia di pensiero. Non è un semplice contributo al dibattito sul “ritorno ai paesi”: è un discorso critico sul destino dell’Italia interna, condotto con rigore intellettuale e passione civile. Il libro e le presentazioni che lo accompagnano rivelano un pensiero libero dai consueti schemi del localismo e distante dalle retoriche turistiche della “bellezza ritrovata”. Dalle pagine dello stesso emerge un’idea forte e controcorrente: una nuova geografia morale dell’Italia, in cui le aree interne diventano centri vitali da cui ripensare l’intero sistema nazionale. Provo allora a restituire qui, a margine dell’ultimo incontro svoltosi presso l’Auditorium di San Nicola ad Atripalda (AV), una parte di questa visione, così densa di tensione civile e di coraggio politico.
Un manifesto civile per le aree interne d’Italia
Esiste un’Italia che non compare più nelle mappe del potere né nei radar mediatici: l’Italia delle montagne, dei paesi spopolati, dei campanili solitari. È l’Italia interna, dorsale e silenziosa, che continua a esistere e a resistere. Ed è proprio da un lembo di questa Italia – l’Irpinia – che si leva la voce lucida e appassionata di Nicola Trunfio, autore di un vero manifesto civile.
L’idea di fondo è semplice e radicale: le aree interne non rappresentano
periferie, ma l’ossatura identitaria della Nazione, il midollo di un corpo che oggi si consuma lungo le coste, nei centri commerciali e nei corridoi autostradali. Chi le abita custodisce non un residuo del passato, bensì il DNA profondo di una civiltà che rischia però di scomparire.
Per esprimere questo concetto, Trunfio adotta una metafora potente: la disabilità applicata ai territori. Come una persona può incontrare barriere che ne limitano il movimento, allo stesso modo i paesi delle aree interne vivono un handicap strutturale, evidente nella mancanza di servizi, nell’isolamento infrastrutturale, nei vuoti di rappresentanza.
La questione non riguarda soltanto strade dissestate o carenza di fondi: si tratta di una marginalità sistemica, che priva i cittadini del diritto al benessere. Una politica sempre più distante dai luoghi e incapace di ascolto ha finito purtroppo con l’abbandonarli.
L’ombra lunga dello spopolamento
In tale quadro, lo spopolamento assume i tratti di una vera questione antropologica, riconoscibile nell’annunciata estinzione dell’“homo appenninicus”, per dirla con Gian Luca Diamanti. Si sostiene cioè che il calo dei residenti si accompagna alla perdita progressiva di senso e di voce.
Cosa opporre, allora, a questo esodo silenzioso?
Trunfio invoca una restanza attiva: non un eroismo romantico, ma l’impegno concreto di chi sceglie di vivere nei paesi, di amministrarli e difenderli dall’interno, perché “nessuno può rappresentare i luoghi se non li abita”. La nostalgia estiva dei “ritornanti” (finalmente!) non basta più.
La malattia del campanile
Lo sguardo di Trunfio, lucido e spesso severo, individua un altro male
endemico: la divisione. Da secoli, dice, l’Irpinia è attraversata da rivalità sterili, eredità di antichi rancori tribali che ancora oggi frammentano comunità già fragili. Il risultato è la paralisi. Senza concordia, aggiunge, nessuna rinascita è possibile. Se si volesse pertanto individuare una prima infrastruttura da ricostruire, questa andrebbe ravvisata molto probabilmente nella fiducia reciproca.
Oltre la retorica dei “borghi”
Servirebbe perciò una nuova grammatica, una nuova scrittura delle aree interne, a cominciare dal ripensamento della parola “borgo”, che l’Autore definisce “parola di plastica”, inventata altrove e imposta come marchio turistico. Dietro il culto dei “borghi più belli” si nasconde spesso la tentazione di trasformare i paesi in scenografie: bomboniere per visitatori distratti, che cancellano la vita reale. Un luogo, al contrario, vive solo se chi lo abita può in esso lavorare, studiare, curarsi, muoversi. Il turismo è senza dubbio un valido alleato, ma solo come conseguenza di una vita possibile, non certo come suo surrogato.
Intellettuali e responsabilità
Trunfio richiama poi la responsabilità degli intellettuali, troppo spesso
spettatori distanti, quando dediti alla sola teoria. L’intellettuale teorico, lontano dalla pratica, analizza, commenta, commemora, ma raramente partecipa; “protagonisti dell’assenza”, così li definisce l’Autore, figure eleganti ma inerti. La prospettiva pratica, tuttavia, non può essere espunta dall’orizzonte intellettuale e impegnarsi nella politica locale non può essere considerato un privilegio: è un sacrificio necessario, l’unica forma autentica di fedeltà ai luoghi.
Un’altra idea d’Italia
Deriva da questa riflessione una visione rinnovata dell’Irpinia e dell’Italia, dove ogni area interna diventa nodo di una “patria verticale” e, tutte insieme, una rete di territori accomunati per destino e morfologia.
Dall’Appennino tosco-emiliano al Sannio, dai monti abruzzesi ai monti Nebrodi, esiste un’Italia interna capace di allearsi per riscrivere il proprio ruolo nel Paese.
La geografia del ritorno
In un tempo in cui tutto sembra convergere verso le metropoli, il pensiero di Nicola Trunfio propone un gesto opposto e necessario: tornare al centro del margine, costruire un nuovo patto tra abitanti, amministratori e territori. Conservare il passato non è più sufficiente: meglio impegnarsi nella fondazione di un futuro munito di radici. Perché, come scriveva Carlo Levi, “le case si possono abbandonare, ma le terre restano”.
E chi resta, oggi, ne è il custode più vero e autentico.
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Il libro Disegno Irpinia 2030 è disponibile > qui.
