Sul turismo, una cosa deve essere ben chiara alle Amministrazioni
Si è concluso ieri il Master sui diritti umani organizzato, come di consueto nel mese di maggio, dalla Scuola di Sant’Egidio di Napoli. Un percorso formativo di alto profilo, che si distingue per la capacità di attrarre contributi di studiosi provenienti da contesti accademici internazionali, promuovendo un confronto critico e interdisciplinare sulle principali questioni relative alla tutela e all’estensione dei diritti fondamentali.
La lezione conclusiva, che mi è stata affidata*, ha avuto per oggetto una riflessione sull’inclusione dei diritti culturali nel più ampio sistema dei diritti umani, prendendo le mosse dal primo comma dell’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Si tratta di una disposizione frequentemente sottovalutata, ma che apre a una concezione più articolata e inclusiva della dignità della persona, riconoscendo esplicitamente il valore della partecipazione culturale come dimensione costitutiva della cittadinanza e dello sviluppo umano.
L’articolo 27 sancisce che “ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici”. Questa enunciazione
assume una valenza dirompente, poiché rifiuta l’idea che la cultura sia un privilegio per pochi, riconoscendola invece come componente essenziale della libertà e dell’uguaglianza sostanziale.
Nonostante ciò, nella prassi giuridica e nelle politiche pubbliche i diritti culturali continuano spesso ad essere percepiti come accessori, subordinati rispetto ad altri diritti considerati “fondamentali”. Eppure, la piena realizzazione della persona – nella sua dimensione individuale e collettiva – risulta inadeguata se privata dell’accesso alla vita culturale, alla produzione simbolica e alla possibilità di riconoscersi in un orizzonte condiviso di senso.
In questa prospettiva, si può sostenere che il diritto al patrimonio
culturale vada riconosciuto non solo come diritto collettivo o come esigenza conservativa, ma come diritto essenziale all’interno del paradigma dei diritti umani. Il patrimonio culturale, tanto materiale quanto immateriale, si configura infatti come elemento imprescindibile per la costruzione dell’identità, della memoria e della coesione sociale. Esso rappresenta uno spazio privilegiato di interazione tra generazioni, popoli e comunità, nonché un terreno fecondo per il dialogo interculturale.
Questa impostazione sollecita una rinnovata responsabilità da parte delle istituzioni pubbliche, delle organizzazioni della società civile e degli attori impegnati nei settori del turismo culturale e della valorizzazione territoriale. La promozione del patrimonio non può essere ridotta a mero strumento di sviluppo economico o a leva di marketing urbano: essa richiede un orientamento etico e politico ben ponderato.
Valorizzare il patrimonio significa garantire l’accesso democratico alla cultura, ma anche costruire narrazioni plurali, capaci di
restituire la complessità delle memorie e delle identità che attraversano i territori. Significa, altresì, contrastare le logiche di espropriazione simbolica e di consumo che tendono a svuotare la cultura del suo significato critico e trasformativo.
A ciò si accompagna la necessità di affrontare con lucidità il rischio di strumentalizzazione del patrimonio culturale, oggi particolarmente accentuato. In diversi contesti, il patrimonio viene selettivamente interpretato o addirittura manipolato da gruppi specifici secondo logiche identitarie oppure di profitto. Tale operazione produce effetti escludenti: tutto ciò che non si conforma alla narrazione prescelta viene marginalizzato, silenziato o cancellato.
Ne deriva una semplificazione, se non addirittura una banalizzazione dei luoghi e della loro storia, in favore di racconti equivoci, spesso funzionali alla costruzione di identità chiuse e autoreferenziali.
Di qui una sfida che interpella tutti: le istituzioni, chiamate a
elaborare politiche inclusive e lungimiranti; le organizzazioni culturali e sociali, spesso protagoniste nei territori; ma anche la cittadinanza attiva, che deve poter esercitare il proprio diritto a conoscere, interpretare e vivere il patrimonio in maniera libera e consapevole.
Solo attraverso una cultura condivisa, aperta e plurale, i diritti umani possono radicarsi nella concretezza della vita quotidiana e contribuire alla costruzione di un futuro più equo e inclusivo.
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* Il Corso si è svolto sotto il coordinamento della prof.ssa Flora Di Donato (Università Federico II di Napoli).