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Anna Lorenzetto: storia di una rivoluzione silenziosa

Storia di una rivoluzione silenziosa: non si può che essere commossi, dopo aver visto il documentario firmato da Anna Maria Sorbo e Simona Fasulo dedicato alla figura di Anna Lorenzetto. Ricordare poi le straordinarie intuizioni di una donna fuori dal comune nell’ambito di Matera Events 2019, nell’aula magna di una prestigiosa sede accademica che l’Università della Basilicata possiede in questa città, prescelta da Anna Lorenzetto già nel 1947 quale simbolo di una proficua visone, non può che aumentarne il fascino. Le personalità chiamate al tavolo della discussione ne sono un’ulteriore conferma. […]

Cominciamo col dire che i “Centri di cultura popolare” ideati da Anna Lorenzetto non ebbero mai come unica missione la lotta contro l’analfabetismo strumentale, ovvero il recupero sic et simpliciter degli adulti incapaci di leggere e di scrivere. Ulteriore missione fu la lotta contro l’analfabetismo morale o civile. Quest’ultima, anzi, fu considerata prioritaria, visto che nella biografia complessiva della Lorenzetto si insiste su un vocabolario pressoché univoco, dove i “centri” diventano sinonimi di formazione, partecipazione, libertà, attivismo, democrazia, responsabilità e così via, fino ad evidenziare tutto quanto potesse concorrere a “sanare” l’inabilità degli individui – non ancora cittadini consapevoli – a rapportarsi alla vita sociale e politica del Paese. E questo, si badi bene, non solo nel primo periodo repubblicano, nell’Italia chiamata ad un ennesimo risorgimento, dopo due guerre e una dittatura, ma anche più in là, quando paradossalmente proprio l’Istituzione repubblicana e democratica rischiò di diventare (e in parte lo divenne) ostacolo al raggiungimento degli obiettivi. Valga per tutti l’esempio della Cassa per il Mezzogiorno, simbolo di un’istituzione capace di creare – laddove non ha funzionato – nuove forme di emarginazione, attraverso le devastanti logiche della burocrazia, del regionalismo amministrativo, dell’assistenzialismo, del clientelismo, del vantaggio economico immediato. Tuttavia, discende da siffatto dato una delle tante eredità di Anna Lorenzetto: l’idea cioè secondo la quale il pessimismo (e la Lorenzetto pessimista lo fu per davvero dopo i cambiamenti degli anni ’80) non può sovrastare il sogno, anche quando lo si dichiara terminato. Terminato evidentemente in relazione ad un ciclo, non rispetto ai tempi che verranno. Ogni cambiamento epocale – è vero – porta con sé una forma inevitabile di scoramento, ma non per questo bisogna rinunciare ad interpretarlo. E di fronte all’arduità dell’impresa soccorrono, appunto, la solidità delle radici, le discussioni sulle finalità delle origini, sui processi elaborativi di un’idea valida e concreta, che non a caso adesso viene riscoperta e valorizzata […].

Sotto questo profilo la storia dell’UNLA, legata al personaggio, è quanto mai emblematica.

L’origine dell’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo, l’origine del progetto politico che precede quella dell’Ente in sé, può essere fatta risalire alle prime inchieste sull’analfabetismo compiute nel periodo unitario (nel 1871 e nel 1901) e ai dati sul tasso d’analfabetismo nazionale che – al di sopra di ogni aspettativa – l’età fascista (anno 1931) consegnò nelle mani della nuova classe dirigente italiana. E, insieme alla statistiche, la consapevolezza dell’arretratezza del Mezzogiorno, che passava attraverso baronati, gabellieri, caporali, terre desolate, condizioni abitative proibitive, situazioni di ingiustizia sociale e di violenza morale (nei confronti soprattutto delle donne). Consapevolezza – si dovrebbe meglio precisare – non tanto della miseria e della fame, quanto delle conseguenze di “sudditanza” che tali condizioni solitamente comportano. Di qui, cioè da un’idea alta eppure innestata nella conoscenza approfondita della realtà nella quale si sarebbe andati ad operare, si ebbe la nascita dell’Ente, che intreccerà il suo percorso con la politica dell’istruzione repubblicana (in un rapporto – si potrebbe affermare – di osmosi e incomprensioni, a seconda dei periodi e a seconda dei Ministri), fino ad incontrare la dimensione sovranazionale, di cui si è diventati interpreti […].

La sequenza appena ricordata si colloca su un preciso asse temporale (poco più di un trentennio, dal 1947 al 1981) e si articola intorno ad una serie di autorevoli personaggi, con ciascuno dei quali la Lorenzetto interagì. Dal “Comitato promotore” ai “Consigli direttivi” dell’Unione, almeno a titolo esemplificativo, vanno annoverati i nomi di Francesco Saverio Nitti, Enzo Modica, Giuseppe Paratore, Giampietro Dore, Teresita Scelba, Magda Sillano, Vincenzo Arangio-Ruiz, Gennaro Cassiani, Salvatore Valitutti. Si tratta di politici, ministri, professori, giuristi, saggisti, giornalisti, femministe, uomini e donne educatisi ai valori della Resistenza, al culto delle minoranze come pure al rifiuto di una conseguenza paradossale della modernità: che la cultura, intesa quale conquista dell’alfabeto e dell’istruzione, potesse essere causa di divario; confine, separazione e divisione tra “fortunati e derelitti, non solo nel campo dei beni materiali – si aggiungerà – ma anche in quello dei beni spirituali”. […]

Le eredità allora di Anna Lorenzetto nell’UNLA sono innumerevoli. Farne un elenco esaustivo non è possibile. Provo, comunque, a rimarcarne alcune.

In primo luogo, la scelta del nome da dare alla nascente organizzazione, che accompagnava l’oggetto di lavoro (l’analfabetismo) con i termini “unione” e “lotta”. Unione, dunque, non scuola o associazione (secondo quanto ci si sarebbe probabilmente aspettati). E, poi, lotta. Anche questa una parola pensata a dovere, che richiama il “radicalismo” del combattimento, dello scontro, del contrasto e della contesa, finalizzati però all’unione, alla pacificazione, alla condivisione, alla compartecipazione, alla costruzione di un ideale teso a comporre in un unico disegno una pluralità di fattori: “metafisica” e “azione”, politica e morale, centro e periferia, disperazione e speranza, istruzione e lavoro, alfabeto minore e alfabeto maggiore, libertà e democrazia, la vita degli individui e quella delle comunità, ovvero del Comune storicamente inteso come affermazione di comunità; il tutto all’interno di una mirabile tensione ideale basata su un’invidiabile coerenza di metodo: “l’analfabetismo come problema non della scuola, bensì della società [..] e il problema del Mezzogiorno non solo come problema economico e finanziario di investimenti e di opere pubbliche, ma anche di maggiore interessamento del popolo alla vita del proprio Paese”.

In secondo luogo, segnalo la scelta organizzativa e l’individuazione degli strumenti più adatti allo scopo.

A proposito della scelta organizzativa, va detto che nel passaggio dai “Comitati di base” ai “Centri di cultura”, dal Convegno di Matera del ’47 al Convegno di Roma del ’58 (argomenti, ormai, resi oggetto di studi internazionali e di tesi dottorali), è sintetizzato il racconto di un percorso performativo non trascurabile, sicuramente valido, idoneo a modellare un sistema, orientandone in positivo i comportamenti. Mi riferisco alla lungimiranza che portò ad immaginare una struttura presente capillarmente sul territorio, ma non per questo burocratizzata, in cui la periferia doveva essere in perfetto equilibrio rispetto al centro, dove il centro (il potere) abbandonava la pretesa d’incarnare una sorta di “borghesia illuminata e intellettuale” e la periferia (il cittadino del Sud) acquisiva la coscienza sociale delle questioni che la coinvolgevano, stabilendo l’uno con l’altra la risoluzione dei problemi individuati. […] Ovviamente capovolgere ruoli e prospettive, trasformare l’adulto analfabeta da oggetto in soggetto, accettarlo con tutto il suo bagaglio di esperienze umane, chiedere al docente di diventare allievo e all’allievo di farsi maestro, significava veicolare al meglio concetti-chiave tuttora indispensabili. Penso ad una quasi scomparsa capacità di ascolto, all’umiltà connessa allo spirito di servizio, alla forza del volontariato culturale, alla modernità di molte intuizioni (Anna Lorenzetto, ad esempio, anticipò i temi della cittadinanza attiva, del corpo delle donne, dell’igiene nei luoghi di vita quotidiana, della formazione legata al lavoro, dell’agricoltura organica); penso al principio cardine secondo cui l’acquisizione di un alfabeto e di tutti i vantaggi che ne derivano possono essere utilizzati non necessariamente per scappare via dalle comunità di appartenenza; al contrario, per rimanervi e migliorarle dall’interno, dopo esserne diventati interlocutori, intermediari e referenti credibili.

A proposito dell’individuazione degli strumenti, anche qui, la lezione diventa magistrale. Anna Lorenzetto – come si sa –  non disdegnava frequenti visite presso i centri dell’Unione; al tempo stesso tuttavia era in grado di restituire la scena del confronto, per cui ella lavorò alacremente all’organizzazione di corsi di formazione per dirigenti (secondo una formula residenziale), di convegni intesi quali luoghi di discussione, di congressi annuali utilizzati quali momenti di verifica generale, di Riviste impiegate quali spazi scientifici in cui accogliere dibattiti e anticipare temi: la Rivista da lei diretta dal 1964 al 1971 (Realtà e problemi dell’educazione degli adulti) è stata un’ottima palestra e un’ottima fucina di idee. Senza prescindere, beninteso, sia da una buona politica divulgativa e comunicativa (dalla stampa di libri alla produzione di documentari, premiati finanche al Festival del cinema di Venezia) sia da un quadro di comparazione europea ed internazionale. Dopotutto il dialogo intessuto da Anna Lorenzetto con il Consiglio d’Europa e con vari organismi non governativi stranieri, magari d’oltreoceano, è stato uno strumento prezioso (anche di natura finanziaria) nelle mani della stessa […].

L’aver unito, insomma, la lotta contro l’analfabetismo all’educazione degli adulti, ed entrambe sia al lavoro manuale sia all’attività democratica e civica, […] fu un vero e proprio atto rivoluzionario, che il documentario di Simona Fasulo e Anna Maria Corbo mette senz’altro in evidenza. Fu un atto rivoluzionario e lo sarebbe anche oggi, se si prendono ad esaminare i dati attuali sull’analfabetismo funzionale e se si tengono nel giusto conto gli studi che spiegano le rovinose ricadute che l’analfabetismo funzionale ha su più livelli, fino a coinvolgere la capacità reale di muoversi concretamente nel mondo odierno, senza saper evitare le tante trappole della contemporaneità.

In questo senso, forse, dovremmo acquisire il coraggio di percorrere finalmente quei ponti che menti lucide e visionarie (Anna Lorenzetto fra queste) ebbero la generosità di porre al servizio delle generazioni future. D’altra parte, ritornando all’insegnamento universitario, chiudendo così la sua esperienza nell’Unione, lo storico Presidente non rinunciava ad indicare il valore pieno di un’eredità capace di adeguarsi ai cambiamenti. Il “Centro per l’educazione permanente”, diceva, per la sua tensione educativa di adeguare i propri obiettivi alla società che cambia e possibilmente sopravanzarla nelle aspirazioni culturali verso la solidarietà civile, rientra a pieno titolo nel concetto di educazione permanente come ecosistema educativo.

Ecco la svolta: il concetto di educazione permanente come ecosistema educativo viene a completare il concetto di ecosistema naturale. L’educazione oggi, concludeva Anna Lorenzetto, come l’arte e la scienza, ha bisogno di una nuova dimensione, di uno spazio, di una coscienza. Deve poter disporre fatti, azioni, elementi tradizionali e intuizioni nuove in questo spazio, in questa coscienza, cercando relazioni e trovando significati, lavorando dal di dentro e costruendo con pazienza ciò che prima era dato naturalmente.

Sono parole, queste, che ascoltate oggi con la dovuta attenzione e, quindi, osservate o praticate, sono in grado di svelarci chissà quali altri orizzonti, rendendo (perché no?)  un po’ meno tumultuoso ciò che la Lorenzetto indicava come “il cammino faticoso degli uomini”. (Riproduzione riservata©).

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L’articolo ripropone parte dell’intervento tenuto a Matera, presso l’Aula Magna dell’Università della Basilicata, il 13 novembre 2019, in occasione del convegno “Il modello pedagogico di Anna Lorenzetto: alfabetizzazione e società fra il Novecento ed oggi”. Trascrizione a cura di Paolo di Castro.