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Ferite della storia e cure narrative.

“Grazie innanzi tutto per avermi invitato a trascorrere con voi questo bel pomeriggio, così ricco di gente e di applausi, in un auditorium – tra l’altro – davvero molto bello.

A me, dunque, il compito di trarre le conclusioni dell’incontro.

Senza portare via molto tempo, posso dire che – dopo aver ascoltato con attenzione tutti gli interventi – la prima cosa che colpisce è la seguente consapevolezza: l’argomento delle due guerre mondiali, con il carico di conseguenze loro proprio, è un argomento senz’altro “trasversale”.

Nonostante ogni revisionismo, infatti, esso sembra capace di unire e rimescolare i ruoli, per cui può capitare che “il religioso” assuma accenti civili, mentre “il laico” si esprima in termini – per così dire – ieratici; può capitare che “il militare” si faccia carico delle istanze provenienti dalla società civile e questa, pur dichiarandosi pacifista, non possa fare a meno di chinarsi al cospetto di chi è caduto in battaglia; può capitare che il passato rincorra il presente e quest’ultimo non possa fare a meno del suo passato.

Probabilmente è così, se il parroco nel suo intervento antepone il sentimento civile a quello religioso, evocandolo oltretutto da un importante repertorio fotografico e documentale; probabilmente è così, se il presidente dell’Associazione famiglie caduti e dispersi in guerra, da laico, sente il dovere di parlare in primo luogo del dolore che attanaglia in una terribile morsa i superstiti accomunati dall’infausto destino di elaborare un lutto tremendo, privo – si dice – di ogni ragione (un lutto reso talvolta più atroce dal mancato ritrovamento del corpo del milite ucciso). Probabilmente è così, se il religioso parla della festa delle forze armate come occasione di ritrovo e memoria, utile per omaggiare il sacrificio di intere generazioni che hanno dato la vita per difendere valori quali l’uguaglianza e la pace (che oggi si danno per cosa scontata), mentre il laico si rivolge ai giovani, alle generazioni future, ricordando loro che la pace e la libertà di cui godiamo sono un’eredità riscattata a duro prezzo. Cosicché – sempre in quel misterioso gioco di rimandi e cambi di ruolo – può capitare che i nostri padri (i giovani padri partiti al fronte) divengano d’un tratto i nostri figli (i figli della nazione di cui ci sentiamo custodi).    

L’autore, il generale Sabato Errico che ringrazio ancora per l’invito rivoltomi, ha raccontato nel dettaglio la struttura del libro e i suoi contenuti. Mi soffermerò, dunque, brevemente su alcune cose che mi hanno colpito durante la presentazione.

Ritengo di particolare valore il contenuto delle schede che sono state illustrate. Per varie ragioni.

Una di queste riguarda senz’altro l’indicazione per molti soldati del luogo di sepoltura. Per la maggioranza dei caduti apicesi, ma il discorso potrebbe essere generalizzato, il luogo di sepoltura è sconosciuto per i motivi che sono stati ampiamente spiegati (adozione di criteri differenti per la classificazione dei caduti, per cui può essere capitato che il luogo di nascita non corrispondesse al luogo di residenza; cambio di nome per molti comuni dopo la fine della guerra; senza contare poi che anche la sepoltura presso cimiteri comuni e sacrari nazionali ha risposto a criteri differenti, a seconda del reggimento di appartenenza dei soldati, del loro luogo di morte, del ruolo svolto all’interno dell’esercito e così via).

Una seconda ragione riguarda la consapevolezza che le schede offrono circa il contributo dato dalle famiglie in termini soprattutto di sacrificio umano. Allora scopriamo famiglie che hanno perso in guerra l’unico figlio o tutti i figli; famiglie costrette a vedere la partenza di cinque figli contemporaneamente; o, viceversa, scopriamo soldati sposati e padri di famiglia che, partendo per il fronte, hanno lasciato orfani molti figli.

Ancora, le schede che suddividono caduti e reduci in base al reggimento o al reparto di appartenenza offrono numerosi spunti di comprensione in ordine a ciò che l’autore chiama, giustamente, “la sorte comune nella morte in guerra”.

Un apprezzamento a parte invece va alla metodologia della ricerca, e lo dico da storico prima ancora che da lettore del libro.

Il libro è un ottimo esempio per comprendere come una ricerca, in verità, non restringe i confini, ma li estende, senza avere paura della mole di lavoro che in questo modo può intravvedersi all’orizzonte.

L’autore, dunque, per individuare i caduti della Prima guerra mondiale assume come punto di partenza l’Albo d’Oro dei caduti in guerra, poi si rivolge all’Archivio di Stato di Benevento e comprende che questo fornisce elementi ulteriori rispetto all’Albo d’Oro: elementi sempre differenti a seconda della persona di cui si esamina la scheda. L’indicazione ad esempio della struttura sanitaria presso cui il soldato ferito è stato trasportato porta l’autore a consultare l’Archivio della Sanità militare. Oppure, tenendo conto delle azioni di combattimento svolte dai reggimenti di appartenenza dei soldati, si è potuta consultare la storia di ciascun reparto ed esaminare i bollettini emessi dai Comandi operativi. Di qui la consultazione del Diario storico-militare del reggimento di appartenenza custodito presso l’Ufficio storico-militare dello Stato maggiore dell’esercito, di qui la consultazione della banca dati del Ministero della Difesa e, quindi, degli elenchi dei sepolti presso i sacrari e i cimiteri militari.

Per la Seconda guerra mondiale il percorso è simile, con l’aggiunta però dei contributi provenienti dalle ricostruzioni particolareggiate dell’Associazione Nazionale famiglie dei caduti e dei dispersi in guerra.

Ho apprezzato altresì, nella struttura del libro, il fatto che l’introduzione alle due guerre venga affidata esclusivamente alle parole delle fonti, arricchite – bisogna aggiungere – da molte note. Non solo note personali, come quelle prima indicate, ma anche note geografiche (è importante conoscere i luoghi dei conflitti mondiali!) e note di diversa altra natura: filologiche (si chiarisce molto spesso, ad esempio, il vocabolario militare), di costume (si spiegano diverse usanze militari); note, ancora, sulle condizioni sociali dei giovani soldati, sul loro censo, sui loro livelli di alfabetizzazione (con una opportuna visione speculare tra la Prima e la Seconda guerra mondiale).

E poi c’è il terzo capitolo, che riporta una raccolta di diari di guerra, lettere dal fronte, interviste, episodi di guerra e riflessioni personali offerte da alcuni familiari che hanno collaborato all’impresa editoriale. Parte della raccolta inoltre è basata su documenti storici e ricerche di archivio, che riguardano eventi di guerra in cui sono rimasti coinvolti soldati apicesi caduti o dispersi.

Sono i materiali che svelano gli aspetti più intimi della guerra. “Tragedie, miti e contraddizioni dei conflitti mondiali vengono messi a nudo attraverso testimonianze affascinanti, ricche di suggestioni e capaci di indurre i lettori ad una profonda riflessione sulla condizione umana”.

Ottima poi la proposta finale: ovverosia la costituzione, col materiale raccolto nel libro, di una sala della memoria.

Ecco gli strumenti che servono a rendere viva la memoria per cui lottiamo, contro le tante ragioni che hanno contribuito ad allontanare il passato dalla sfera degli odierni interessi.

“Tra queste cause si è preferito indicare le dominanti visioni del mondo, che hanno mutato la nozione di tempo e di distanza; il cambiamento della famiglia tradizionale, dove tende a scomparire il ruolo educativo dei nonni; le trasformazioni intervenute nel paesaggio urbano e rurale, che hanno rivoluzionato l’identificazione con l’ambiente circostante; l’omologazione materiale e mentale, che trova nelle attuali abitudini di viaggio un’efficace semplificazione”; non ultime, le modalità di concepimento e di fruizione dei cosiddetti luoghi della memoria.

Si tratta, in pratica, degli elementi costitutivi di un nuovo senso comune che ama poggiarsi su generalizzati “vuoti di memoria”, dove tutto e il contrario di tutto diventano storicamente possibili.

Di qui l’importanza di reagire alle ferite della storia così intese con cure narrative di fondamentale importanza: cure che il libro del generale Sabato Errico senz’altro offre, tanto alla memoria quanto al cuore.

Grazie ancora per avermi invitato”.

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Sopra è riportato l’intervento conclusivo al convegno di presentazione del libro “Luminoso esempio” del generale Sabato Errico, svoltosi presso l’auditorium comunale di Apice (BN) il 19 maggio 2019. La presente trascrizione è a cura di Paolo di Castro.