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Quando la cura è peggiore del male!

Domanda: è possibile che soggetti esterni all’Amministrazione possano frequentare abitualmente gli uffici comunali, occuparne le scrivanie, trasferire carte ai dipendenti, ricevere cittadini, dare loro risposte in luogo di un sindaco, il tutto senza una formale autorizzazione?

Caso di studio il Comune di Gesualdo (AV), dove (notoriamente ormai) svolgo attività di opposizione.

Mi sia consentita una piccola premessa. Sono trascorse soltanto poche settimane da quando, insieme all’amico Domenico Forgione, capogruppo di minoranza, ci si è recati presso la casa comunale per riferire ad un dirigente amministrativo una lamentela che serpeggiava da tempo nella comunità: la presenza presso gli uffici comunali di cittadini esterni (utilizzo il plurale solo per comodità di scrittura) che senza autorizzazione alcuna agivano in rappresentanza del sindaco, ricevendo finanche dipendenti ed utenti.

Caso ha voluto che il cittadino in questione fosse presente proprio nella stanza del sindaco nel momento stesso della lamentela. Il dirigente, devo dire con gran garbo, ha invitato l’interessato a riferire ai rappresentanti dell’opposizione la ragione di quella presenza contestata. Senza tentennamenti, ci è stato risposto che non avevamo diritto a nessuna spiegazione, che semmai avremmo dovuto rivolgerci direttamente al sindaco, il quale non solo era a conoscenza della questione, ma aveva anche autorizzato quella particolare situazione.

Dato il garbo che ci era stato riservato dal dirigente, ci siamo rivolti allo stesso, precisando una nozione piuttosto elementare: bisogna essere cauti quando si scelgono le parole da utilizzare nei luoghi istituzionali, a maggior ragione quando si è davanti ai rappresentanti delle istituzioni. Se infatti avessimo richiesto, com’è nel diritto di un consigliere comunale, di mostrare nell’immediato la “procura” dichiarata come esistente, avremmo probabilmente creato più di un imbarazzo (a persone, tra l’altro, che nulla c’entravano con la faccenda).

Com’è andata a finire? Che nel frattempo è intervenuta la famigerata autorizzazione. E qui dico che la cura è peggiore del male, anche perché essa coinvolge il delicato tema della redazione degli atti pubblici.

Soltanto oggi è stato pubblicato il decreto n. 1 del 14 maggio 2019, prot. n. 2529, che sembra redatto su carta di fortuna, giacché l’intestazione non è neppure quella usuale degli uffici comunali. Con esso il sindaco ha istituito il suo particolare staff, stabilendo due cose su tutte.

Nel documento si afferma: dopo analisi (sic!) delle leggi vigenti in materia, visto in particolare il D. lgs. 267/2000, io sindaco istituisco uno staff d’ufficio che si compone di una sola persona, il cittadino di cui si è discusso in premessa, e dispongo che questi svolgerà il suo nuovo ruolo a titolo di liberalità, ai sensi e per gli effetti dell’art. 769 del codice civile.

Parto dal secondo punto, la liberalità.

Mi corre l’obbligo di una descrizione tecnica, che però è di fondamentale importanza. Cerco di semplificare al massimo.

Il passaggio è questo. Il nuovo capoufficio dichiara di accettare l’incarico a titolo di liberalità. E dice di farlo a norma dell’articolo 769 del codice civile. Per intenderci, è lo stesso articolo che si utilizza quando uno decide di fare testamento e di donare qualcosa a qualcuno (se si va a sfogliare il codice civile, la norma la si troverà collocata nel libro dedicato alle “successioni”).

Orbene, la liberalità richiamata dalla legge, la liberalità formalizzata nel linguaggio giuridico, non è propriamente un atto religioso di carità e amore; indipendentemente dal sentimento, perché un contratto di donazione possa considerarsi tale, occorre che una persona decida consapevolmente di “impoverirsi” a vantaggio di un’altra, decida cioè di attribuire qualcosa del suo patrimonio ad altri, di trasferire qualcosa di suo nelle mani di un’altra persona.

Il nostro caso, quello del sindaco e del suo collaboratore, ovviamente è profondamente diverso. Qui non parliamo di due persone che – incontrandosi privatamente – decidono di donarsi qualcosa (per ragioni testamentarie o per altro). No. Parliamo della costituzione di un ufficio pubblico, parliamo del rapporto di collaborazione di un cittadino con un sindaco, dove la parola sindaco sta per pubblica amministrazione.   

Ritengo allora gravissimo accingersi alla compilazione di un decreto amministravo, finalizzato alla costituzione di un ufficio di collaborazione, considerando privato ciò che al contrario è pubblico.

La redazione degli atti di una pubblica amministrazione è cosa ben diversa dalla redazione degli atti privati; e se l’atto amministrativo è redatto male, a pagare è l’intera collettività.

Ad esempio, nel provvedimento col quale il sindaco istituisce il suo staff si legge: Visto il Decreto legislativo n. 267 del 2000, ovvero il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, si procede a nominare ufficialmente un collaboratore.

Domando: il decreto citato, ovvero il testo unico degli enti locali, lo si è visto per davvero? davvero lo si è letto? Fino a prova contraria l’art. 90 del TUEL stabilisce che i collaboratori di un sindaco debbono essere “contrattualizzati”; non basta nominarli a capo di qualcosa, occorre stipulare con loro un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato, non certo una donazione tra vivi di natura privata.

Sul fatto poi che tale contratto possa essere a titolo completamente gratuito, è bene nutrire qualche dubbio, considerate le mille cause che sul punto oggi pendono dinanzi ai tribunali italiani, con potenziale danno erariale per le casse comunali.  

Precisato ciò, torno indietro, sulla questione per cui si è deciso di costituire un ufficio di staff con un solo componente.

Mi limito a due osservazioni politiche.

La prima. Il decreto del sindaco, che porta la data del 14 maggio 2019, dimostra che la risposta fornita qualche settimana prima in sede istituzionale dall’ora capo staff non corrispondeva esattamente a verità. Buon inizio, si direbbe! In questo contesto il decreto del sindaco regolarizza sì una situazione incresciosa, ma dal 14 maggio in poi (dal 18 maggio per accettazione dell’interessato e dal 24 maggio per il pubblico che ha preso visone dell’atto). Fatto sta che il decreto non cancella, almeno sul piano etico, la lamentela esistita fino a ieri, che anzi – col provvedimento così datato e confezionato – viene elevata al rango di “vizio”.

La seconda. Senz’altro un sindaco ha la libertà di scegliere chicchessia per farsi rappresentare. Certo, nel decreto di nomina si parla genericamente della necessità di una unità per il supporto e la collaborazione operativa nell’esercizio delle funzioni istituzionali attribuite – per la verità – non solo al sindaco, ma pure alla giunta comunale. A me pare strano che una sola persona possa sintetizzare in sé le molteplici funzioni di portavoce, addetto stampa, curatore delle relazioni istituzionali, sia quelle interne, con gli uffici e i cittadini, sia quelle esterne, con gli Enti sovraordinati (Provincia, Regione, Governo, Parlamento, Unione europea…) e si potrebbe continuare all’infinito, data la dichiarazione appunto generica riportata nell’atto amministrativo.

Per carità, spetta al sindaco valutare un curriculum, ritenerlo idoneo e farsi rappresentare dentro e fuori le mura.

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